Ep. 05

Tunisia, il futuro è donna

Dal 3 luglio 2018 il sindaco della capitale della Tunisia è, per la prima volta, una donna. E questo è un fatto assolutamente rivoluzionario: si chiama Souad Abderrahim, ha 53 anni ed è a capo di un’azienda farmaceutica.

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Rinascimento africano

L’Africa è da decenni “il continente del futuro” ma, da decenni, subisce una narrazione eurocentrica che non rende onore alla realtà del continente africano.

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Uno dei problemi meno seri ma culturalmente più importanti che ha oggi la città di Tunisi è quello di trovare un nuovo titolo per il sindaco, fino ad oggi chiamato in arabo «lo sceicco della Medina», che è la parte più antica della capitale tunisina.

Dal 3 luglio 2018 il sindaco della capitale della Tunisia è, per la prima volta, una donna. E questo è un fatto assolutamente rivoluzionario: si chiama Souad Abderrahim, ha 53 anni ed è a capo di un’azienda farmaceutica. È la prima donna ad essere eletta sindaco di una città araba (in realtà anche il sindaco di Baghdad, Zekra Alwach, è una donna ma in questo caso è stata nominata direttamente dal governo iracheno nel 2015) e rappresenta in carne ed ossa lo sforzo progressista e riformista, c’è chi dice «rinascimentale», che la Tunisia tutta sta avendo dalla primavera araba del 2011.

Per la prima volta dal 1858, anno di fondazione della città, l’alta borghesia di Tunisi esce sconfitta dalle elezioni e per la prima volta un partito popolare di massa si trova alla guida della più importante città del Paese.

Quello tunisino è l’unico caso virtuoso di primavera araba: mentre la Libia è diventato uno stato-fallito, mentre l’Egitto di oggi è un paese in cui le violazioni dei diritti sociali e individuali sono quotidiane, e peggiori, che durante il regime di Mubarak, mentre il Marocco è alle prese con scioperi e proteste da parte delle popolazioni meno abbienti, mentre la Siria sembra sempre più infilata nel buco nero della guerra civile, la Tunisia conosce oggi una spinta verso lo sviluppo, economico e soprattutto sociale, che non ha precedenti nella sua storia.

E in questo senso la vittoria elettorale di Souad Abderrahim è la sublimazione di questa spinta: candidatasi come indipendente nel partito islamico moderato Ennahda (Movimento della Rinascita), Abderrahim ha detto di voler offrire la vittoria «a tutte le donne del mio Paese». Ne ha ben ragione: oggi il 47% dei rappresentanti politici eletti nelle istituzioni tunisine (locali e nazionali) sono donne, una percentuale che in Italia non si raggiunge nemmeno tra le candidate.

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Souad Abderrahim è un’enigma, un tilt per ogni pregiudizio: sposata con il manager Anouar Landa, madre di due giovani adolescenti, Samy e Nourhene, islamista senza hijab né velo, donna cui piace piacere e curarsi, farmacista e nutrizionista, businesswoman realizzata e attivista politica da sempre, capace di mediare tra laici e Nahdhaouie [i più ortodossi all’interno di Ennahda, nda] fino a essere indicata lei stessa come Nahdhaouie.

L’impresa di Abderrahim non è solo nella vittoria elettorale. La stessa vittoria è un piccolo capolavoro di riscatto politico, visto che l’avversario era Kamel Idir, candidato del partito di governo che è stato un fedelissimo dell’ex dittatore Ben Ali, che è stato suo professore all’Università e che è un concorrente diretto sul lavoro, visto che anche Idir possiede un’azienda farmaceutica.

Souad Abderrahim non è una donna nata nel nulla, non ha una storia di riscatto sociale o di genere alle spalle ma una storia di militanza politica e di realizzazione personale: nasce nel 1964 in una famiglia privilegiata a Sfax e cresce a Métouia, oasi costiera nel sud con una grande storia di lotte sindacali ed anticoloniali nel corso del XX Secolo. Il padre è un funzionario statale, la madre casalinga e con lei vivono 7 tra fratelli e sorelle: studia alla Khaznadar High School nei sobborghi di Tunisi e da giovane indossa orgogliosamente il velo.

Gli anni universitari, come per molti ragazzi in tutto il mondo, sono anche anni di formazione politica: diventa membro del comitato esecutivo del Tunisian General Union of Students (UGTE), l’unione studentesca islamica moderata all’epoca islamista al 70%, incontra diversi attivisti per i diritti civili come Ajmi Lourimi, che in seguito approderà con lei nell’ufficio politico di Ennahda, e nel 1985 la sua attività politica le vale un arresto e 15 giorni di prigione.

Il carcere le costa l’Università, che è costretta ad abbandonare, ma si riscrive a Farmacia a Monastir proseguendo l’attività politica militante. Nel 1991 per lei si riaprono le porte del carcere, accusata di sedizione e indicata come avversario di Abdelaziz Ben Dhia, che era stato già ministro con Habib Bourghiba e all’epoca era ministro della Difesa del regime di Ben Ali. In prigione abbandona l’hijab, viene liberata e si laurea nel 1992, cominciando a lavorare presso un grossista di prodotti farmaceutici a Tunisi.

Nel frattempo continua a presiedere l’UGTE e nel 2002 fonda la sua azienda nel settore farmaceutico, che ora dovrà lasciare per effetto della legge sui conflitti di interesse. La Rivoluzione dei Gelsomini, il 14 gennaio 2011, riaccende in lei la passione politica degli anni universitari: Abderrahim unisce l’UGTE a Ennahda, una vetrina politica internazionale all’epoca, e il 23 ottobre 2011 viene eletta, come capolista, all’Assemblea Costituente come rappresentante proprio del partito Ennahda, dove ha presieduto la commissione parlamentare per i diritti umani e le libertà.

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Durante la Rivoluzione, il 12 febbraio 2011, Abderrahim lancia una carovana umanitaria che raccoglie medicinali, attrezzature mediche e prodotti alimentari per un valore di 70.000 dinari [all’epoca circa 30.000 Euro] destinati all’ospedale regionale di El Hamma, dove mancava tutto. Si rende conto, lo ha dichiarato più volte ai giornali tunisini, di come fosse grande la sofferenza delle popolazioni meno abbienti; una considerazione che non ha provocato pietismo o indifferenza ma azione: «Ho iniziato a studiare il loro programma e l’ho trovato convincente» dichiarò a Business News parlando di Ennahda. «C’era già molta fiducia tra loro e me, e ho trovato la mia candidatura all’Assemblea Costituente propizia alla difesa dei risultati raggiunti dalle donne. Come donna la mia presenza potrebbe essere una garanzia, una salvaguardia dei nostri diritti».

Molte persone, non solo in Tunisia ma anche diversi esponenti politici occidentali, analisti, studiosi, temono che Ennahda sia la bella faccia dell’islamismo radicale nel paese nordafricano. Una bella faccia simile a quella di al-Fatah in Palestina, che si mostra progressista e conciliante salvo finanziare in diversi modi movimenti politici come Hamas, che di moderato non hanno nulla.

Ma il caso di Ennahda è decisamente differente, come differente è il contesto sociale e politico che caratterizza la Tunisia rispetto alla Palestina: «Questa fobia è comprensibile, soprattutto se pensiamo che in altre parti del mondo l’islamismo ha fallito. Ennahda è tutt’altro che estremista: ad esempio io non ho mai ricevuto commenti sul mio aspetto fisico o sul fatto che non indossi il velo. […] All’Assemblea costituente sento il dovere di rappresentare il mio popolo e non Ennahda: il rispetto reciproco e l’amore per il nostro Paese ci unisce tutti» dichiarò nel dicembre 2011 dopo l’elezione.

È difficile convincere del contrario chi sostiene che Souad Abderrahim rappresenti la vetrina ripulita di un partito sostanzialmente conservatore dal punto di vista dei diritti individuali, toccherà nuovamente a lei agire per mettere a tacere.

L’Islam politico non ha futuro in Tunisia e questa è solo una fase di transizione: questi infatti è incompatibile con una società ricca di civiltà e cultura, con una storia complessa e multiculturale. In Tunisia convivono arabi-musulmani del Mashrek e del Golfo con arabi-berberi-musulmani nel Maghreb, strutture mentali e culturali profondamente differenti e integrate: nell’XI secolo le ragazze studiavano fianco a fianco con i ragazzi. È incredibile come Souad Abderrahim debba convincere non tanto in Tunisia quanto più fuori dalla Tunisia: la sua militanza trentennale, la sua vita raccontano già molto di lei, abbastanza da allontanare diffamazioni come quelle di chi la indica come «una vetrina» degli islamisti.

Abderrahim ha sempre deplorato la divisione interna ai movimenti studenteschi di cui ha fatto parte, negli anni Ottanta gli scontri tra studenti islamisti e studenti di sinistra erano all’ordine del giorno, si è sempre proposta come mediatrice laica interna al movimento e ancora oggi rivendica la sua indipendenza all’interno di un partito islamico: «Non sono mai stata membro di alcun partito, di movimenti con tendenze islamiche né di Ennahda» ha dichiarato a Le Monde il giorno dopo l’elezione. Nel 2014 il partito snobba la sua disponibilità a candidarsi a Tunisi preferendole il vicepresidente di Ennahda Abdelfattah Mourou e da quel momento inizia la traversata nel deserto di Souad Abderrahim.

Le domande che dobbiamo porci per cominciare a capire la personalità complessa di Souad Abderrahim possono limitarsi all’osservazione: indipendente, senza velo e certamente non una donna musulmana «tradizionale», per ciò che questo significa nel nostro immaginario, che sostiene che «le libertà non devono essere assolute ma incorniciate da costumi, tradizioni e rispetto della moralità». Le madri single le definì «un’infamia», non hanno bisogno di tutele dei propri diritti perché la famiglia è una soltanto, il matrimonio. Parole, dette nel corso di un’intervista alla radio, per cui fu costretta a scusarsi, anche in seguito a un’aggressione subita una decina di giorni dopo averle pronunciate di fronte alla sede dell’Assemblea Costituente, a Tunisi, e per cui si guadagnò il soprannome di Souad Palin.

Nel corso della stessa intervista però, e questo esemplifica non solo la complessità del personaggio politico ma anche la complessità del panorama culturale tunisino, Souad Abderrahim ha insistito sull’importanza di una «vera parità tra uomini e donne», un fatto che oggi è la normalità in Tunisia. In questo senso Souad è figlia del suo tempo e ne rappresenta molto bene la spinta progressista: nel giugno scorso il Comitato per le libertà e l’uguaglianza tunisino ha pubblicato un rapporto che illustra come il dibattito pubblico, sia nella politica che nei mercati e nelle famiglie, verta su temi quali l’uguaglianza di genere nell’eredità, la depenalizzazione dell’omosessualità e dell’uso di droghe leggere, l’abbandono dello statuto maschile del capofamiglia. Questioni che toccano nel concreto la vita delle persone.

Souad sostiene, lo ha fatto pubblicamente più volte, che l’aborto afferisca alla «libertà di ciascuna persona» e il partito che rappresenta, pur giudicandolo «un’aggressione contro la vita» ne valuta un’eventuale depenalizzazione «prima della formazione del feto», anche questa una rivoluzione per le donne tunisine. La Tunisia è quel Paese in cui le associazioni del terzo settore e la società civile manifestano, il 14 maggio scorso a Tunisi, per denunciare la situazione precaria che vive l’immigrato africano in Tunisia e per chiedere la firma della Convenzione ONU sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie.

Sempre in Tunisia il Parlamento lavora, da circa un anno, su una legge anticorruzione che intacchi il finanziamento a gruppi islamici radicali, lo stesso Parlamento che ha approvato una legge che consente il matrimonio di tutti con tutti (nello specifico dei musulmani con i non-musulmani) e che ha rifiutato, in nome del rispetto dei diritti umani e della propria sovranità territoriale, il rimpatrio dei migranti irregolari e l’istituzione sul proprio suolo di centri di accoglienza gestiti dall’Unione Europea.

Mentre decine di migliaia di giovani tunisini si sono lasciati attrarre dalle sirene dell’estremismo islamico arruolandosi in gruppi come Daesh o al-Qaeda, da qui sono partiti per la Siria e l’Iraq più foreign-fighters in assoluto, la Tunisia discuteva al suo interno di come migliorare le proprie carceri, rendendosi conto che era lì che questi ragazzi frequentavano l’Università del terrore. Molti di questi erano dentro perché tossicodipendenti o erano stati colti in flagrante a consumare o vendere cannabis, sbattuti in galera alla mercé delle sirene islamiste.

Se è vero che c’è ancora tantissimo da fare per quanto riguarda la partecipazione democratica, l’affluenza alle elezioni amministrative è stata decisamente bassa sopratutto nelle zone più povere (dove è arrivata ad appena il 12%), è anche vero che proprio Ennahda ha cambiato al suo interno diverse posizioni politiche nel corso degli anni. Oramai non esistono argomenti tabù nel dibattito pubblico tunisino.

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Tra Tunisi e la Sicilia ci sono 140 chilometri. Tra Marsiglia e Genova c’è la stessa distanza.

La Rivoluzione dei gelsomini si compie non solo grazie all’azione di questa donna ma di tutte le donne del Paese. Le donne tunisine hanno rappresentato l’argine all’estremismo islamico con le loro rivendicazioni e le loro battaglie, in appena 7 anni i risultati conseguiti sono stati straordinari: il 4 luglio 2018 Souad Abderrahim sale sul balcone del Municipio di Tunisi vestita color crema, capelli ben curati e un leggero trucco sul volto. Sorride, saluta la folla che la acclama, trattiene le emozioni ma la tradisce uno sguardo nervoso. È appena stata eletta sindaco scrivendo così una nuova pagina di storia nella società araba.

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