Ep. 03

Psichedelia e star

Parliamo dei VIP che hanno fatto uso di sostanze psichedeliche.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Il lungo viaggio. Storia universale della psichedelia

Non più droghe ma farmaci: l’evoluzione degli psichedelici tra cultura di massa e scienza.

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Alla fine del precedente episodio ricordavo che nel 1947 la casa farmaceutica svizzera Sandoz (ossia la odierna Novartis) commercializzò l’LSD con il nome di Delysid, mettendone a disposizione gratuitamente notevoli quantità a qualsiasi ricercatore interessato, con l’intenzione di indagare gli effetti potenziali farmacologici della sostanza. La ricevettero anche moltissimi terapeuti, il che portò l’LSD al centro dei dibattiti psichiatrici sin dai primi anni ’50. Ben presto fu evidente che considerare la sostanza un sistema per simulare gli stati psicotici era decisamente riduttivo: le esperienze straordinarie che si andavano raccogliendo in quegli anni sembravano piuttosto rivelare alcuni lati nascosti dei meccanismi mentali, mai visti prima d’ora. Il termine psicotomimetico – utilizzato in un primo momento – venne così presto rimpiazzato da altri due modelli interpretativi: quello psicolitico, ideato dallo psichiatra inglese Ronald Sandison, in cui era illustrata la capacità di «sciogliere la mente» degli psichedelici, e in questo si accordava egregiamente con i metodi della psicoanalisi, promettendo di velocizzarne gli effetti. LSD e psilocibina cominciarono allora a sembrare una vera e propria autostrada in grado di portare i terapeuti molto più rapidamente in alcune aree inesplorate del subconscio dei pazienti. L’altro paradigma nato in quegli anni proveniva dal canadese Saskatchewan Mental Hospital, dove gli psichiatri Humphry Osmond e Abram Hoffer pensarono che per sondare le potenzialità di sostanze che parevano in grado di portare spesso i fruitori nel territorio dell’estasi mistica, potesse essere proficuo coinvolgere persone provenienti da ambiti del tutto differenti. Fu così che contattarono il noto scrittore Aldous Huxley e Al Hubbard, descritto da Pollan come «un oscuro ex contrabbandiere e trafficante di armi, spia, inventore, capitano di imbarcazioni, ex carcerato e mistico cattolico». L’idea di riconfigurare i paradigmi concettuali relativi alle sostanze andò a buon fine, anche se le conseguenze legate al coinvolgimento di Huxley e Al Hubbard superarono quanto immaginato inizialmente da Hoffer e Osmond. Quest’ultimo era anzi piuttosto in apprensione nei giorni immediatamente precedenti alla seduta a base di psilocibina cui avrebbe sottoposto lo scrittore; disse infatti a un collega di «non gradire la possibilità, per quanto remota, di guadagnarsi una piccola quanto disonorevole nicchia nella storia della letteratura come l’uomo che aveva fatto impazzire Aldous Huxley». In realtà dall’assunzione, avvenuta nel 1953, lo scrittore uscì deliziato: «è indubbiamente l’esperienza più straordinaria e significativa che gli esseri umani possano fare al di qua della visione beatifica», confidò al suo editor, e proprio a partire da uno scambio epistolare tra Osmond e Huxley (avvenuto a tre anni di distanza) saltò fuori il nome di psichedelico, con cui siamo da allora abituati a riferirci a questa classe di sostanze. Curiosamente l’idea non fu dello scrittore, che nel 1956 – tentando di ridefinire le molecole in grado di fargli provare simili sensazioni – rivolse un distico al terapeuta in cui coniava il neologismo fanerotimo («A far questo mondo terreno sublime / basta mezzo grammo di fanerotimo»), il cui significato rimandava al manifestarsi dello spirito.

Osmond rispose così:

Per precipitare all’inferno o librarti angelico
ti servirà un pizzico di psichedelico

Il neologismo di Osmond significa “che manifesta la mente”. Estasiato dall’esperienza psichedelica, Aldous Huxley nel 1954 pubblicò Le porte della percezione, un volume di appena settanta pagine in cui l’acutezza dello scrittore nel penetrare i diversi livelli e le varie modalità del trip furono descritte in modo così convincente da imporsi da allora come paradigma – il che è piuttosto significativo, se consideriamo quelli che in psichiatria sono noti come «effetti dell’aspettativa», e che sono molto rilevanti nel particolarissimo lavoro che operano sulla psiche queste sostanze. Si può infatti ritenere che il trip di Huxley abbia in qualche modo influenzato tutti i viaggi psichedelici avvenuti da allora, ammantandoli del tocco di misticismo orientale tanto caro all’autore. Aldous Huxley chiamò «valvola di riduzione» il filtro di sintesi messo a punto dal cervello umano per ottimizzare il flusso degli impulsi e organizzare le singole decisioni (un sistema eccellente per la gestione della vita di tutti i giorni, ma che tende a spingerci su percorsi già noti). Lo scrittore individuò tra le dinamiche principali generate dall’azione della psilocibina la capacità della mente di scardinare questo meccanismo, così che il soggetto possa percepire l’intera gamma della varietà e complessità degli stimoli che incessantemente il mondo ci invia.

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La copertina della prima edizione americana de “Le porte della percezione” di Huxley

La maggior parte della gente, per la maggior parte del tempo, conosce soltanto ciò che passa attraverso la valvola di riduzione e viene consacrato come genuinamente reale dal linguaggio del luogo. Alcune persone, tuttavia, sembrano nate con una specie di scorciatoia che evita la valvola di riduzione. In altri, temporanee scorciatoie possono essere ottenute o spontaneamente, o come conseguenza di deliberati «esercizi spirituali», o per mezzo dell’ipnosi, o per mezzo di droghe.

Arrivati ad Huxley, gli psichedelici erano destinati a entrare in contatto con la classe artistica e intellettuale, sia statunitense che europea. Nel 1956 proprio lo scrittore britannico dette alle stampe Paradiso e Inferno, un breve saggio che riprende il discorso delle Porte della percezione, mentre negli stessi mesi Henri Michaux pubblica Miserabile miracolo e, l’anno successivo, L’infinito turbolentoIl pasto nudo di William Burroughs è del 1959 (lo stesso anno dell’Io diviso di Ronald Laing), mentre Il libro di Caino di Alexander Trocchi è del 1960. Ancora Michaux torna sul tema con Conoscenza degli abissi, nel 1961.

Gli effetti della psilocibina sono molteplici. Può dare una specie d’estasi tranquilla, guarire alcuni malati mentali molto “chiusi”, molto “autistici”, ch’essa porta ben presto, talvolta nel corso d’una sola seduta, ad aprirsi, a scoprirsi, a riprendere il contatto con gli altri. Può dare ad alcuni delle visioni e uno stato di estraniazione, ma soprattutto l’impressione d’aver toccato un fondo, l’essenziale, lontano dagli uomini e dall’attività umana; può infine aumentare in chi già le possiede le facoltà di divinazione. Talvolta opera una realizzazione quasi pura, senza distrazioni o epifenomeni.
Henri Michaux, “Conoscenza degli abissi”
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Fedor su Unsplash

Una cataratta sembra essere crollata: negli anni ’60 viene pubblicato L’isola, un romanzo, ancora di Huxley, in cui la sostanza al centro del racconto si chiama moksha ed è estratta da un fungo che rende gli abitanti dell’isola di Pala felici e liberi; escono poi Le lettere dello yage, di Burroughs e Allen Ginsberg, A scuola dallo stregone di Carlos Castaneda, e gli Avvicinamenti di Ernst Junger – per tacere del portato psichedelico di massa operato, da un certo punto in avanti, dalla discografia dei Beatles, in cui si può osservare praticamente al rallentatore cosa succede innervando di psichedelia la produzione della più grande band di tutti i tempi.

Pensate a cosa avvenne nel passaggio da Rubber Soul a Revolver – prima che l’evoluzione lisergica trovasse il suo culmine con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Probabilmente non sbaglia chi riconosce il primo chiaro segno della virata psichedelica esattamente qui.

Turn off your mind, relax and float down stream,
It is not dying, it is not dying
Lay down all thought, surrender to the void,
Is it shining? Is it shining?
The Beatles, Tomorrow Never Knows, Revolver. 1966

In un’intervista alla rivista Queen del 1967 Paul McCartney, affermò: «Dopo aver assunto LSD ho aperto gli occhi. Noi usiamo solo un decimo della nostra mente. Pensi a che cosa potremmo fare se potessimo far emergere la parte nascosta. Avremmo un mondo completamente nuovo se i politici assumessero LSD. Non ci sarebbero più né guerre né povertà né fame». In ogni caso, ben prima di tutti loro, a lanciare la fama dell’LSD nel consesso dorato delle star hollywoodiane – diffondendolo così capillarmente anche tra i fan – furono le numerose testimonianze di personaggi del mondo del cinema come Jack Nicholson, James Coburn, Stanley Kubrick; del pianista André Previn, di Lord Buckley, lo stand-up comedian della Beat Generation, o della scrittrice Anaïs Nin; tutti loro vissero esperienze memorabili sui divanetti degli psichiatri Oscar Janiger, Betty Eisner, Sidney Cohen – e talvolta anche di Al Hubbard. Ma la testimonianza davvero capace di segnare un’epoca fu quella dell’attore più in voga del momento, Cary Grant, che dopo aver provato per la prima volta l’LSD decise di ripetere l’esperienza almeno sessanta volte (più di cento, secondo alcuni) nel corso degli anni. Grant fu così entusiasta del risultato da raccontarlo alla rivista «Look» in questi termini: «Mi sentivo come un gigantesco pene lanciato dalla terra verso lo spazio, come un missile». La dichiarazione comparve all’interno di un’intervista rilasciata a Joe Adams nel 1959, che fece tanto scalpore quanto epoca. Nell’articolo, intitolato La curiosa storia dietro il nuovo Cary Grant, dopo le testimonianze in prima persona, l’attore si dilungava parlando di quella che definiva la sua nuova vita, la sua rinnovata felicità, la sua seconda giovinezza e il forte impulso di lasciarsi alle spalle ogni ipocrisia: «Mi sono spogliato dell’ego. Un uomo è un attore migliore senza ego, perché ha in sé la verità. Adesso io non posso comportarmi in modo falso nei confronti di nessuno, e di sicuro non di me stesso». Commentando questo passaggio, Michael Pollan chiosa con deliziosa ironia: «a quanto pare, l’LSD aveva fatto di Cary Grant un americano». Dopo il coming out psichedelico di Grant, le segreterie telefoniche degli psichiatri erano intasate dai pazienti che pretendevano di provare l’acido. Ormai l’uso degli psichedelici era definitivamente uscito dal recinto delle terapie sperimentali per penetrare prima nella classe artistica e intellettuale newyorkese e californiana e poi, di lì a poco, dare vita alla generazione dei figli dei fiori.

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Cary Grant nei panni di Nick Arden, nel film My Favorite Wife del 1940

Nel frattempo anche i grandi musicisti della scena rock facevano esperienze lisergiche e ne parlavano con trasporto – e non solo nei testi delle canzoni – al riguardo basti nominare John LennonBob DylanMick Jagger e Keith Richards, tra i tanti che si recarono in Messico in pellegrinaggio dalla curandera María Sabina.

Di qua dall’oceano, anche il mondo intellettuale italiano faceva la conoscenza dell’LSD: Federico Fellini, che lo aveva provato su proposta del suo psicanalista, Emilio Servadio, ne parlò in un’intervista (con un certo distacco, c’è da ammettere); ne fece uso la scrittrice Elsa Morante – lasciandone traccia anche in un acronimo: Le Sere Domenicali; e, secondo alcuni, anche il testo della canzone Primo intermezzo di Fabrizio De André, del 1968, alluderebbe a un’esperienza lisergica. Esplicito è invece l’omaggio fatto da Lucio Dalla nel brano LSD, del 1966.

Mentre la scena artistica era attraversata, da entrambi i lati dell’Atlantico, da un così vistoso e iridescente fremito psichedelico, in campo scientifico continuavano le ricerche, e col loro procedere andavano emergendo le prime perplessità procedurali. Non piaceva infatti a tutti gli psichiatri il fatto che una seduta a base di psichedelici tendesse a somigliare più a un rito sciamanico che a una rispettabile cura messa a punto dall’inappuntabile medicina occidentale. In questo senso, poteva giocare un ruolo anche l’incertezza scientifica della psichiatria rispetto alla medicina. A questo riguardo lo psichiatra Sidney Cohen, coinvolto sin da subito nella ricerca sulle applicazioni terapeutiche dell’acido lisergico, esternò a più riprese il disagio che spesso si manifestava in ambito accademico al cospetto del portato spirituale che l’esperienza con l’LSD tendeva a manifestare: nel 1999 scrisse che la molecola aveva «aperto una porta dalla quale non dobbiamo ritrarci semplicemente perché, sulla soglia, ci sentiamo non scientifici in un modo che ci imbarazza».

La nuova sostanza era destinata a creare tensioni nel consesso psichiatrico, perché dal canto loro, quelli che intraprendevano trattamenti che includevano l’uso dell’LSD, cominciavano a nutrire pregiudizi nei confronti dei colleghi che sceglievano di non farlo.

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Transformation, Alex Sacui su Flickr

Per Osmond non c’erano dubbi: l’LSD consentiva di «penetrare nella malattia e di vedere con gli occhi di un folle, udire con le sue orecchie, e sentire con la sua pelle», mentre sul piano chimico era stupefacente il fatto che un piccolissimo numero di molecole potesse giocare un ruolo tanto decisivo. Il fatto implicava che un insieme di neurotrasmettitori avesse un ruolo chiave nell’organizzazione della nostra mente. I risultati di quegli anni del resto sembrano davvero sbalorditivi. Humphry Osmond, il collega di Hoffer al Saskatchewan Mental Hospital, iniziò a testare l’LSD come strumento capace di provocare un delirium controllato negli alcolisti spingendoli così a rimanere sobri. Osmond e Hoffer lavorarono a lungo su quest’idea, testandola su oltre settecento alcolisti, riferendo che riuscirono a curarne in questo modo circa la metà. Eppure, analizzando i report dei volontari che parteciparono alla cura sperimentale, gli psichiatri si resero conto che le esperienze con l’LSD non ricordavano affatto il delirium tremens che intendevano provocare per allontanare i pazienti dall’alcol. La cura funzionava, e nella maggior parte delle testimonianze si parlava addirittura di esperienze straordinariamente positive. Visti i risultati, Hoffer cominciò a considerare «non la sostanza chimica, ma l’esperienza, come un fattore chiave nella terapia». Comunque fossero andate le cose, la terapia a base di LSD pareva funzionare e alla fine degli anni ’50 l’acido lisergico era ormai ritenuto in Nord America una cura impareggiabile per il trattamento della dipendenza da alcol.

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