Un viaggio a 8 bit con il Rabbit r1

Da Sanremo a Magenta, fotografando con un aggeggio strano che converte, inventando, le tue foto rendendole digital-retrò.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.

La stazione ferroviaria di Sanremo è un posto strano perché, una volta che arrivi in stazione, non è fatta: devi pianificare circa 15 minuti di tempo aggiuntivo per arrivare ai due binari: c’è un lungo corridoio da percorrere con due tapis roulant per andare e venire. Per andare verso Ventimiglia, se non altro, quando arrivi al fondo del corridoio ti ritrovi subito il binario. Per andare verso Milano, invece, devi scendere le scale, percorrere il sottopasso, risalire. Puoi anche farlo in ascensore, non consigliatissimo se sei in ritardo.

Mentre inizio il viaggio decido che proverò a fare una specie di reportage alternativo usando la funzione magic camera di un oggetto un po’ particolare che si chiama abbit r1. L’ho comprato mesi prima, credevo non sarebbe mai arrivato e invece mi è stato spedito: è un parallelepipedo arancione con uno schermo, si collega a internet, al suo interno ha il “motore” di intelligenza artificiale ChatGPT e si collega a vari strumenti di intelligenza artificiale. Ha un microfono/altoparlante e una fotocamera che si attiva a comando.

 

Funziona per comandi vocali.

 

Se hai attivato la fotocamera e, come comando, chiedi al Rabbit r1 “What can you see?” – per ora funziona bene solo in inglese – lo strumento scatta una foto con qualche secondo di ritardo rispetto al comando e poi ti fa una descrizione della foto stessa.

Quindi, attiva una funzione che si chiama magic camera e trasforma la foto che hai scattato, rielaborandola in maniera casuale in un’immagine a 8 o 16 bit, come quella che vedi qui: è la sua rielaborazione del lungo corridoio della stazione di Sanremo.

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Il corridoio della stazione ferroviaria di Sanremo rielaborato in 8 bit dalla funzione "magic camera" del Rabbit R1

Magic camera e sorprese

La cosa che mi intriga della magic camera – ammetto che è un interesse un po’ nerd un po’ hipster – è nel processo di realizzazione dello scatto fotografico e poi dell’elaborazione.
La fotocamera è molto limitata, ha un’ottica fissa, non ha nemmeno uno zoom digitale e ti costringe a studiare soggetti da fotografare perché il risultato sia quantomeno gradevole.

Puoi scattare con un pulsante, ma non hai alcun controllo sul momento esatto in cui scatterai perché c’è un ritardo sia in caso di scatto semplice sia accompagnando lo scatto con il “what can you see”.

Non hai modo di vedere subito il risultato in 8 o 16 bit: devi collegarti al tuo account – che si chiama rabbit hole, la buca del coniglio, e che puoi attivare solo dopo che hai acquistato e attivato l’oggetto – e a quel punto scoprirai come l’intelligenza artificiale ha rielaborato il tuo scatto.

Solo quando mi sono collegato alla mia buca del coniglio ho scoperto che non c’è nemmeno il controllo su quali e quante immagini verranno veramente realizzate in 8 o 16 bit.

 

Per esempio, siccome probabilmente ne avevo scattate troppe in precedenza, non sono riuscito ad avere una versione ia-rigenerata dell’Isola Gallinara. È un peccato, perché per scattare l’originale col treno in corsa e tutti i problemi del caso (inquadratura, ritardo nello scatto, non sembrare pazzo mentre dici al tuo oggetto “What can you see?” in mezzo alla gente) ho fatto un bel po’ di fatica e mi sarebbe piaciuto vedere il risultato.

 

Certo, potrei farlo con un’altra intelligenza artificiale generativa, naturalmente, ma vorrei mantenere la scelta estetica di usare solo il Rabbit.

 

La doppia incertezza (non sai cosa verrà fuori, non sai nemmeno quale scatto verrà elaborato) arricchisce l’esperienza di quel fattore sorpresa che si aveva un tempo quando si doveva attendere lo sviluppo del rullino e, giocoforza, modifica anche le cose che posso raccontare in questo pezzo sperimentale.

 

In fondo è questo lo spirito con cui credo si debbano affrontare queste nuove tecnologie, non c’è molto altro da fare se non giocarci e provare a trovare chiavi creative diverse, inattese, inaspettate, anarchiche.

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L'Isola Gallinara fotografata dal treno Sanremo - Milano Centrale con il Rabbit R1

Il selfie prima di partire

Che reportage di viaggio contemporaneo sarebbe senza un selfie in stazione?

 

La camera del Rabbit si può girare, ovviamente, grazie a una rotellina che serve anche per scrollare il menù e può scattare anche selfie. Me ne faccio uno prima di imboccare il lungo corridoio – e dunque dovendo tener conto del tempo che dovrò metterci – curioso di come verrò rielaborato (il primo tentativo fatto a casa aveva proposto un me inquietantemente simile a Stefano Pioli, l’ex allenatore del Milan, che puoi vedere cliccando qui).

 

Poi comincio a scattare un po’ a caso, lo ammetto, e con poche idee: mi verranno, dico.

C’è un’altra cosa buffa che fa questo strano oggetto quando rielabora le immagini: mette in ogni scatto uno o più conigli, non necessariamente bianchi come il coniglietto del logo. A volte sono molto visibili, a volte – come nell’immagine del mio selfie – assolutamente no: io non sono ancora riuscito a trovarlo. Però hai la garanzia che da qualche parte ci sono sempre.

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Un generoso Rabbit r1 rielabora Alberto Puliafito mettendogli i capelli e ringiovanendolo di 20 anni. Non male.

Il viaggio prosegue liscio fin dal principio, senza grandi aneddoti da raccontare, il che forse è un bene perché così posso concentrarmi sul resto.

 

C’è un’altra limitazione “hipster”: il Rabbit r1 funziona solo se è connesso a internet, così posso scattare solamente quando c’è campo.

Non è grave e non inficia quello che voglio fare.

Mi fotografo dal mio punto di vista le gambe sul tapis roulant, e lo scatto diventa un’inquadratura oggettiva con un coniglietto che mi guarda.

La stazione di Arma di Taggia la fotografo cercando di mettere in evidenza le telecamere di sorveglianza: non posso fare a meno di pensare alla nostra inchiesta su Venezia e la Smart control room, tutte le volte che le vedo. Inquadrare una telecamera di sorveglianza non è per niente facile con un’ottica fissa larga, ma il risultato a 8 bit è quel che cercavo, in effetti,

 

Alla stazione di Diano Marina fotografo due treni che si incrociano sui vari binari: l’inquadratura viene completamente trasformata, come se io mi trovassi sulla banchina.

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Purtroppo, da lì in avanti l’intelligenza artificiale del Rabbit r1 decide che va bene così e non c’è bisogno di fare altre lavorazioni sulle foto che scatto. Niente dettagli del vagone, niente vicino di posto che fa delle facce assurde mentre si guarda una partita degli europei, niente binari in velocità, bagnanti, lungomari, niente di niente in questo non afoso viaggio estivo in cui, fondamentalmente, il niente è anche quel che succede.

 

L’ingresso a Genova è accompagnato dagli scatti che mi danno più soddisfazione e che finalmente ritrovo anche convertiti: i palazzoni e la sopraelevata funzionano bene anche con la grafica retrò e con gli immancabili conigli.

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Lo stesso vale per l’arrivo a Milano Centrale, che ancora una volta la magic camera trasforma radicalmente cambiando il punto di vista dell’inquadratura, come se mi trovassi direttamente nel locomotore.

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Si arriva a Milano Centrale secondo il Rabbit r1

Sul regionale da Milano Centrale verso Magenta trovo l’unico personaggio degno di nota, con il quale varrebbe la pena scambiare quattro chiacchiere.

 

Camicia hawaiana, bermuda, cuffie giganti al collo, cappellino calato sul viso, smana sul telefono come molti – di certo non lo giudico, visto che ho giocato con uno strumento elettronico per tutto il tempo – perso nel suo mondo come molti.

 

Non c’è né tempo né occasione di attaccar bottone per vedere se resta qualcosa di interessante da aggiungere. Riesco solo a inquadrarlo senza mostrare il volto e a sussurrare al Rabbit “what can you see?” – sentendomi, ecco cos’era quella sensazione, Joey di Friends quando dice “How you doin’?“. Quando arrivo a casa, fra le varie scoperte, la più strana, forse è il fatto che la magic camera ha deciso di rimuovere un particolare: lo smartphone in mano all’uomo in camicia hawaiana.

 

Le chiamano “allucinazioni”, le variazioni casuali delle intelligenze artificiali. Non lo sono. Forse non è nemmeno creatività come la intendiamo noi, ma la creatività la ritroviamo nel modo in cui decidiamo di usarle.

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