Ep. 02

Quali sono state le prime sperimentazioni con l’LSD?

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Il lungo viaggio. Storia universale della psichedelia

Non più droghe ma farmaci: l’evoluzione degli psichedelici tra cultura di massa e scienza.

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Probabilmente grazie al lavoro di sintesi operato da Arthur Heffter alla fine del XIX secolo, la mescalina fu la prima sostanza psichedelica a essere conosciuta dai circoli di intellettuali europei del primo Novecento. È per questo che Enrico Morselli, uno dei padri della psichiatria italiana, nel 1935 aveva pensato di assumere il principio attivo del peyote e fissare nel corso di tutta una notte La fonte del male, un quadro di Giovanni Segantini, per poi raccogliere minuziosamente le impressioni ricavate da questo esperimento. Ed è ancora del 1935 quella che è lecito considerare la prima incursione della psichedelia nella letteratura occidentale novecentesca. A compierla è stato Antonin Artaud, che col suo Al paese dei Tarahumara ci offre un resoconto a tratti frammentario di un viaggio in Messico, in cui il drammaturgo giunge al cospetto della «razza degli uomini perduti» ed esperisce in pieno il segreto del loro rito misterico, basato sull’assunzione del peyote. Quello che Artaud coglie molto acutamente è che a differenza dei riti secolarizzati delle religioni rivelate, in cui solo i primissimi credenti hanno avuto accesso diretto all’esperienza del sacro, nei rituali dei Tarahumara l’incontro con l’ineffabile è alla portata di chiunque partecipi al culto.

«Ora, se i Preti del Sole si comportano come manifestazioni della Parola di Dio, o del suo Verbo, cioè di Gesù Cristo, i Preti del Peyotl mi hanno fatto assistere al Mito stesso del Mistero, immergere negli arcani mitici originali, entrare attraverso di loro nel Mistero dei Misteri, vedere la raffigurazione delle operazioni estreme con le quali UOMO PADRE, NÉ UOMO NÉ DONNA ha creato tutto»
Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara

Oltre al portato mistico, il drammaturgo, uno psiconauta ante litteram che compie il suo viaggio senza troppe aspettative pregresse (un elemento importante, data l’alta suggestionabilità implicita nell’esperienza psichedelica, per qualcuno fortemente condizionata dai resoconti che ne ha fatto Aldous Huxley ne Le porte della percezione), coglie con chiarezza alcuni elementi che risulteranno centrali nel dibattito circa il potenziale di coadiuvante psicologico destinato a svilupparsi nel corso del Novecento. Il rapporto di disvelamento provato da Artaud – benché lui non disponga ancora delle categorie teoriche messe a punto un paio di decenni più tardi – è quello tipico della ego dissolution, l’acme della curva dell’esperienza lisergica che consente di azzerare per qualche tempo gli automatismi del pensiero, permettendo di creare nuovi percorsi grazie al momentaneo dialogo di aree cerebrali normalmente non in contatto tra loro. Quegli stessi percorsi che consentono di aggirare i circoli viziosi in cui la mente tende inesorabilmente a rifugiarsi.

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Il Peyotl riconduce l’Io alle sue vere sorgenti. Uscito fuori da un simile stato di visione non si può più confondere come prima la menzogna con la verità. Si è visto da dove si viene e chi si è, e non si dubita più di ciò che si è.

Prima di addentrarci definitivamente nella storia della psichedelia novecentesca, facciamo un ultimo passo indietro e osserviamo da vicino la vicenda di una sostanza presente nella quotidianità del continente europeo da molto più tempo di quanto siamo soliti ritenere.

Che nel cosiddetto ergot, vale a dire l’ascomicete parassita della segale cornuta, piccolo fungo dalla caratteristica forma di corno nero, ci fosse qualcosa di «strano» in Europa lo sapevamo da tempo. Come accennato nel primo articolo della serie, c’è addirittura chi ritiene che la segale cornuta fosse l’ingrediente segreto alla base del kykeón dei Misteri eleusini, mentre invece non c’è alcun dubbio circa i numerosi casi di ergotismo registrati nel continente nel corso dei millenni. Capitava non così di rado che del pane prodotto con segale aggredita dalla Claviceps purpurea infettasse interi villaggi, producendo – oltre agli effetti gangrenosi tipici di una certa forma di ergotismo – una pioggia di allucinazioni collettive che gli uomini del tempo interpretavano immancabilmente in chiave di oscure e sinistre rivelazioni religiose, tanto che mi sono spesso domandato quante delle madonne apparse su e giù per il vecchio continente fossero state invitate a rivelarsi da una precedente scarpetta a base di pane «truccato». È difficile immaginare che la segale cornuta finisse per caso nelle macine, poiché, come osserva la studiosa Laura Fenelli, «l’escrescenza assumeva un sapore sgradevole, ma se il raccolto era scarso veniva mescolata insieme con i grani del cereale, dando alla farina un colore azzurrino, un odore analogo a quello della muffa, uno sgradevole gusto amaro e soprattutto una forte tossicità che non si perdeva neppure con la cottura». Inoltre l’ergotismo colpiva interi villaggi perché, continua Fenelli, «spesso i cereali erano macinati in un unico mulino: in questo modo la malattia tendeva ad assumere le proporzioni di un contagio epidemico». Dalla tarda antichità a tutto il Medioevo la malattia causata dall’ergot era nota con diversi nomi, come Ignis sacer (Fuoco sacro), Fuoco di Sant’Antonio o Male degli ardenti. Alcune intossicazioni di massa in epoca medievale arrivarono a coinvolgere migliaia di persone. Tuttavia, l’ergotismo colpiva duramente le popolazioni del Nord Europa anche nei secoli successivi. Nel 1723 J.G. Andreas descrisse in questo modo un’epidemia da ergotismo diffusasi in Slesia in quel periodo: «Le manifestazioni del morbo variavano molto a seconda dei pazienti. Alcuni erano scossi da contrazioni dolorosissime; altri, simili a estatici, piombavano assopiti in un sonno profondo; terminato il parossismo, si svegliavano e parlavano di varie visioni. Una donna di Lignitz, vittima del male ormai da tre anni, era tenuta dal popolo in conto di indemoniata; un bambino di nove anni cadeva in accessi simili a quelli degli epilettici, da cui usciva parlando delle visioni avute. La gente attribuiva tutto ciò a una causa soprannaturale». Pensando a questi episodi mi vengono sempre in mente alcuni quadri di Pieter Bruegel, nei cui contadini squassati da visioni e intenti alle più minute e sconcertanti attività mi pare di indovinare gli effetti di una qualche forma di delirio collettivo. In ogni caso, l’avvelenamento era una questione seria, che oltre all’inatteso turbamento dovuto alle allucinazioni poteva, come già segnalato, degenerare in gravi disturbi circolatori e fenomeni gangrenosi, ragione per la quale era tenuta d’occhio da tempo: la prima illustrazione dell’ergot fu infatti realizzata nel 1658 dal botanico svizzero Gaspar Bauhin, ma le riflessioni al riguardo risalgono al secolo precedente, quando nel 1596 la Facoltà di Medicina di Marburgo «formulò l’ipotesi che il fuoco sacro fosse da attribuire all’intossicazione da segale infettata dal fungo tossico, chiamata “cornuta” per la particolare forma delle escrescenze». Nel 1776 ormai la natura dell’ergotismo era certa: risale infatti a quell’anno il rapporto intitolato Recherches sur le feu de saint Antoine degli scienziati francesi Jussieu, Paulet, Saillant e Teissier, membri della Société Royale de Médecine, che giungevano a conclusioni sicure circa il legame dell’ergotismo con la segale cornuta. Al di là della connessione tra fuoco di Sant’Antonio e segale infetta, per capire cosa ci fosse esattamente in quel parassita passarono altri secoli. I piccoli corni della segale sono a tutti gli effetti dei corpi fruttiferi di un fungo che contiene al suo interno diversi alcaloidi del gruppo delle ergotine, sia tossici che psicoattivi. A venire a capo di un enigma, che nel frattempo aveva anche smesso di essere troppo assillante – grazie al migliorare delle condizioni igienico-sanitarie e alla sopravvenuta cura dei panificatori che impararono a scartare sistematicamente le partite di segale andate a male – fu un chimico svizzero, appena prima della Seconda guerra mondiale. A pochi mesi dalla fine del 1938 Albert Hofmann, incaricato dalla Sandoz, la casa farmaceutica per cui lavorava, di studiare la composizione chimica di alcune essenze ritenute promettenti per la produzione di farmaci in grado di stimolare la circolazione, tra cui figurava proprio l’ergot, sintetizzò, tra le altre, la venticinquesima molecola della serie ricavata dalla Claviceps purpurea, e la definì «dietilamide dell’acido lisergico» (Lysergsäurediäthylamid) o, secondo quelle che erano le usuali abbreviazioni laboratoriali: LSD-25. La molecola appena scoperta venne però subito accantonata: pareva produrre poco più che una lieve irrequietezza negli animali su cui venne inizialmente testata, niente di abbastanza promettente per approfondirne ulteriormente le virtù. La vicenda avrebbe dovuto arenarsi a questo punto. Invece, nel 1943, cinque anni dopo la prima scoperta, Albert Hofmann, ispirato da un «singolare presentimento» riguardo al principio attivo sintetizzato anni prima, dovuto alla particolare eleganza della struttura molecolare, decise di svolgere un secondo esame e chiese alla Sandoz l’approvazione per procedere. Hofmann ricostruisce così la vicenda nel suo LSD. Il mio bambino difficile, il libro che racconta dal suo punto di vista la storia e le vicissitudini dell’irrequieta sostanza che aveva scoperto.

«La cosa era abbastanza insolita; le sostanze sperimentali, di norma, venivano definitivamente tolte dal programma di ricerca non appena si fossero rivelate prive di interesse farmacologico. Nella primavera del 1943 ripetei la sintesi dell’LSD-25. Come nella prima, essa comportò la produzione di pochi decigrammi di composto. Nella fase terminale, durante la purificazione e la cristallizzazione della dietilamide dell’acido lisergico in forma di tartrato (sale dell’acido tartarico), fui costretto a interrompermi a causa di insolite sensazioni […]. Mi sono sdraiato e sono sprofondato in uno stato di intossicazione niente affatto spiacevole, marcato da una immaginazione particolarmente vivida […]. Poteva darsi che, durante la cristallizzazione, tracce di LSD fossero venute a contatto con la punta delle dita, e da lì fossero state assimilate attraverso la pelle. Se l’LSD era davvero la causa di questa bizzarra esperienza, doveva trattarsi senza dubbio di una sostanza di straordinaria efficacia».
Albert Hoffman, "LSD. Il mio bambino difficile"
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L’unico modo per risolvere il dilemma era testare l’LSD in prima persona. Per farlo Hofmann, «con la massima cautela», assunse quella che riteneva essere una dose bassa rispetto alla media allora nota per gli alcaloidi dell’ergot: 250 μg – una quantità in realtà piuttosto alta per un’assunzione di LSD, come il chimico avrebbe scoperto entro poco tempo. Fu così che nel cuore della Seconda guerra mondiale, al centro della neutrale Svizzera, ebbe luogo il primo trip a base di LSD, nonché il solo avvenuto senza particolari aspettative. Era il battesimo di quella che nel 2006, in un convegno a Basilea tenutosi in occasione del centenario di Albert Hofmann, il poeta e medico svizzero Walter Vogt definì «la sola e unica gioiosa invenzione del ventesimo secolo». Erano passati appena tre giorni dall’insurrezione del ghetto di Varsavia, e inforcando la bicicletta per dirigersi verso casa, scortato da un suo assistente, Hofmann fissava pedalando quella che di lì in poi sarebbe stata la data nota come Bicycle day: il 19 aprile. Due giorni dopo, ricostruendo passo passo il progredire della sua esperienza, non priva di tratti angosciosamente cupi (fino a che non venne visitato da un medico di famiglia, che lo rassicurò circa la normalità di tutti i suoi parametri vitali, il chimico temette anche di essersi gravemente avvelenato), Hofmann avrebbe vergato il primo minuzioso trip report di un’esperienza psichedelica a base di LSD.

«Chiesi al mio assistente di laboratorio, che era al corrente dell’esperimento, di accompagnarmi a casa. Andammo in bicicletta – non c’erano automobili in vista, durante la guerra solo pochi privilegiati potevano permettersele. Sulla via del ritorno, cominciai a sentirmi perseguitato. Ogni cosa nel mio campo visivo fluttuava ed era distorta, come se fosse vista in uno specchio ricurvo. Avevo inoltre la sensazione di essere bloccato nello stesso posto, anche se il mio assistente mi disse, in seguito, che avevamo pedalato di gran lena. Alla fine arrivai a casa sano e salvo; riuscii appena a chiedere al mio compagno di chiamare il medico di famiglia e di farsi dare un po’ di latte dai vicini. […] Adesso, a poco a poco, potevo iniziare a gioire dei giochi di colore e di forme senza precedenti, che instancabili si rivelavano ai miei occhi chiusi. Caleidoscopiche, fantastiche immagini si agitavano dentro di me, si alternavano, variopinte, si aprivano e si richiudevano in cerchi e spirali, esplodendo in zampilli colorati. Poi si riorganizzavano, si incrociavano, in continuo mutamento. Era straordinario il modo in cui ogni percezione acustica, come il rumore della maniglia di una porta o di un’auto di passaggio, si trasformasse in impressioni ottiche. Ogni suono creava una figura vivacemente cangiante, con i suoi colori e le sue forme compatibili. […] Esausto mi addormentai. Il mattino seguente mi risvegliai rinvigorito e con la mente lucida, benché mi sentissi ancora un po’ stanco fisicamente. Sentivo scorrere dentro di me una sensazione di benessere e di rinnovamento. La colazione aveva un sapore delizioso che mi trasmise un piacere insolito. Quando poi uscii fuori nel giardino, dove il sole risplendeva dopo una pioggia primaverile, ogni cosa brillava e scintillava di una nuova luce. Sembrava che il mondo fosse stato creato di recente. Tutti i miei sensi vibravano in uno stato di estrema percettività, che durò per tutto il giorno».
Albert Hoffman, “LSD. Il mio bambino difficile”

In seguito a una serie di test psichiatrici, la Sandoz cominciò a distribuire l’LSD come uno “psicotomimetico”, ovvero un farmaco in grado di simulare temporaneamente lo stato di psicosi. Sembrarono suggerire questo i risultati dei trial a cui venivano sottoposti i primi tester, che osservando le macchie di Rorschach o eseguendo il Minnesota Multiphasic Personality Inventory, finivano per riprodurre risultati analoghi a quelli dei soggetti schizofrenici. Era dunque forse il Delysid (con questo nome la Sandoz commercializzò l’LSD) uno strumento utile, se non a curare, quantomeno a comprendere queste patologie? La deduzione parve presto limitante, tanto quanto il nome di psicotomimetico, destinato a finire rapidamente nel dimenticatoio. La molecola sintetizzata da Hofmann iniziò infatti sin da subito a farsi apprezzare – presto scortata dalla psilocibina – come coadiuvante nella psicoterapia, un ambito nel quale sin dagli anni ’50 parve promettentissima. Fu così che gli psichedelici iniziarono a essere usati per il trattamento di alcolismo, ansia e depressione.

Tuttavia la loro vicenda all’interno della storia del Novecento era appena all’inizio: il delicato momento in cui si affermò l’LSD – subito dopo la Seconda guerra mondiale e durante quella del Vietnam (un frangente in cui la promessa di evasione che l’acido lisergico offriva a tanti giovani si scontrò con le politiche di repressione del governo americano) – avrebbe contribuito in modo decisivo al complesso sistema di tensioni contrapposte che, mentre da un lato lo indicavano come farmaco miracoloso, dall’altro lavoravano per farlo sembrare la più ferale tra le droghe.

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