Ep. 1

La rigenerazione non si improvvisa

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Rigenerare l’Italia è una sfida possibile?

Le seconde vite di spazi urbani morti. Rinati grazie ai fondi di coesione.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.

Un martedì sera di inizio ottobre due uomini siedono a un tavolo del ristorante del Rifugio Alpi Apuane. Hanno trascorso l’intera giornata su sentieri di montagna, pedalando tra pioggia e vento, e ora si godono un piatto di pasta fatta in casa con funghi porcini raccolti al mattino nei boschi circostanti. Siamo a Careggine, 564 abitanti a novecento metri sul livello del mare, nel territorio della Garfagnana, in provincia di Lucca. I due avventori sono dei ciclisti in viaggio attraverso l’Italia Centrale. Non riconoscono l’erba selvatica simile alla mentuccia che dà l’aroma ai loro piatti, la nepitella. Incuriositi, chiedono al cuoco la ricetta. Cibo e vino rigorosamente del territorio, però, non sono l’unico aspetto che attira gli ospiti della struttura. Quello che oggi è il Rifugio Alpi Apuane venne costruito all’inizio del novecento come scuola elementare del paese e infatti si trova nel centro abitato, a due passi dalla farmacia e dal municipio. Negli anni, è diventato prima un circolo ricreativo. «Ci abbiamo visto le partite dei mondiali di Italia ‘90», ricordano in paese. Poi, un magazzino. Tra il 2012 e il 2016, il Comune l’ha ristrutturato con tecniche innovative che lo hanno trasformato in un rifugio con quattro camere e un ristorante, sostenibile dal punto di vista ambientale ed energetico.

«L’idea era incentivare il turismo di montagna che la pandemia, dopo lo stop iniziale, ha stimolato ancor di più», spiega l'attuale sindaca di Careggine, Lucia Rossi.
Per dare nuova vita all'edificio, l'amministrazione ha speso 713mila euro, arrivati in parte direttamente dal bilancio comunale e in parte dalla fondazione cassa di risparmio di lucca

Nella cifra, rientrano anche i 220mila euro stanziati dalla Regione Toscana con i soldi del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), uno degli strumenti della politica di coesione dell’Unione europea, finalizzata a ridurre il divario economico e sociale tra le regioni più e meno sviluppate del continente. Anche attraverso interventi di rigenerazione urbana o territoriale.

Il tema della rigenerazione viene collegato quasi sempre alle periferie delle grandi città. Eppure, anche la storia di Careggine ne è un esempio: il recupero e la riqualificazione di un edificio in disuso hanno attivato processi economici, culturali e sociali volti a migliorare la qualità abitativa del territorio. Gli spazi per dare vita a questi processi non mancano. L’Italia è piena di edifici inutilizzati che hanno perso la funzione per la quale erano stati costruiti: scuole, come nel caso del Rifugio Alpi Apuane, ma anche fabbriche, caserme, stazioni, cinema, ospedali, uffici. Sorgono nei centri storici così come nei quartieri periferici delle città, ma anche nei comuni con poche migliaia di abitanti. Una mappatura degli immobili dismessi sul territorio nazionale non esiste, ma alcuni numeri aiutano a farsi un’idea.

Nel 2011 l’Istat ha censito circa 740mila immobili non utilizzati, pari a più del 5 per cento del totale nazionale degli edifici.

Il fenomeno riguarda tutte le regioni: in Lombardia, Campania e in Calabria sono oltre 60mila; in Puglia e Piemonte oltre 50mila; in Veneto, Lazio e Abruzzo oltre 40mila. Non sono esenti le proprietà della pubblica amministrazione.

 

Secondo il dipartimento del Tesoro, nel 2018 il valore patrimoniale degli immobili inutilizzati era stimato in 13 miliardi di euro, mentre quasi 12 milioni di metri quadrati di fabbricati costruiti per fini istituzionali erano vuoti.

 

I motivi per cui migliaia di immobili nel tempo sono rimasti inutilizzati sono molteplici e cambiano caso per caso: dall’abbandono o delocalizzazione di attività produttive alla dismissione di funzioni e servizi, soprattutto nel settore pubblico, fino alla finanziarizzazione del mercato immobiliare che ha separato il valore del mattone da quello del suo uso. Con il rifugio Alpi Apuane, però, non è successo.

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A vincere il bando comunale per la sua gestione è stata l’azienda agricola e vinicola Maestà della Formica. «Siamo nati nel 2013 con la scommessa di coltivare il vitigno Riesling ad alta quota», racconta Andrea Elmi, attuale presidente di Coldiretti della provincia di Lucca e fondatore dell’azienda insieme all’amico Marco Raffaelli. Enologi ed entrambi quarantenni, i due soci sono originari della vicina Versilia.

Sono arrivati a Careggine per cercare dei terreni adatti al loro progetto. «Quel giorno abbiamo suscitato ilarità tra gli abitanti, abituati a vedere la gente andarsene per l’università o in cerca di lavoro nelle fabbriche a valle», ricorda Elmi. Secondo Regione Toscana, dal 1981 al 2016, un abitante su quattro ha abbandonato la Garfagnana. Elmi e Raffaelli oggi coltivano in quattro comuni della zona, comprese alcune vecchie vigne che rischiavano di essere espiantate perché gli anziani proprietari non se ne potevano più prendere cura.

Nel 2018, hanno prodotto le prime 850 bottiglie del loro vino. Nel 2019, hanno decuplicato a 8.500 bottiglie e, contestualmente, hanno avviato le attività del Rifugio Alpi Apuane, che si trova proprio di fronte alla cantina di Maestà della Formica, realizzata riadattando un ex studio dentistico. «Al rifugio riceviamo i clienti della cantina e organizziamo degustazioni di vini», spiega ancora Elmi, seduto davanti al camino del ristorante. Il menù, poi, offre una rigorosa selezione di prodotti della zona. È un luogo che valorizza la nostra attività che, a sua volta, stimola l’economia locale».

È un luogo che valorizza la nostra attività che, a sua volta, stimola l'economia locale

Il progetto di Careggine è un esempio di come, anche su scala ridotta, riutilizzare quanto già costruito possa rappresentare un’opportunità per il territorio. La locuzione rigenerazione urbana, però, viene spesso utilizzata da operatori privati e amministrazioni pubbliche anche per indicare progetti di valorizzazione immobiliare, che rischiano di generare un aumento dei prezzi delle abitazioni con conseguente allontanamento della popolazione meno abbiente. A mettere in guardia dall’utilizzo acritico di questa locuzione è Carlo Cellamare, professore di Urbanistica all’università La Sapienza di Roma e tra i partner del progetto Forum disuguaglianze e diversità:

«Prima di parlare di rigenerazione urbana dovremmo chiederci chi la sta realizzando, con quali obiettivi e per chi. Molti progetti presentati in questi termini, in realtà, hanno come preoccupazione principale la valorizzazione economica. Per questo i territori più in difficoltà hanno bisogno di interventi pubblici e non occasionali, da mettere in campo con bandi non competitivi che includono anche le realtà con meno capacità e competenze per partecipare. La rigenerazione dovrebbe mirare a una promozione complessiva dei territori. Eppure, a dispetto delle intenzioni, troppo spesso si ferma alla riqualificazione fisica senza coinvolgere gli abitanti e le realtà già attive sui territori e senza mettere in campo azioni interdisciplinari, con il necessario approccio integrato», continua Cellamare.

L’importanza del legame con il territorio nei progetti di rigenerazione è sottolineata anche da Roberta Franceschinelli, presidente di Lo Stato dei Luoghi, rete di spazi riattivati a fini culturali da soggetti privati, e responsabile del programma culturability di Unipolis, fondazione d’impresa del Gruppo Unipol: «Questi luoghi funzionano quando le realtà che li animano sono radicate sul territorio e ne conoscono le necessità. Lavorare nella logica della rete evita il rischio di un uso privatistico del bene e riduce la possibilità di dar vita a fenomeni di gentrificazione (espulsione dai quartieri dei residenti storici conseguente all’aumento dei prezzi generato dalla riqualificazione, ndr). A determinare il successo dei progetti è anche la formazione di team multidisciplinari dotati di tutte le competenze necessarie ad affrontare processi così complessi», spiega Franceschinelli.

Con questo spirito, negli ultimi anni, molti immobili inutilizzati sono stati trasformati in servizi per i quartieri, in luoghi di innovazione culturale e di partecipazione per associazionismo e cittadinanza.

«L’attenzione delle amministrazioni pubbliche verso il riutilizzo di immobili in disuso è aumentata per diversi motivi: limitare il consumo di suolo, risolvere il problema dell’obsolescenza del proprio patrimonio immobiliare, riqualificare i quartieri», spiega Chiara Lodi Rizzini, ricercatrice di Percorsi di secondo welfare. «Affinché queste operazioni vadano a buon fine è fondamentale, però, non concentrarsi solo sul progetto edilizio. Per certi aspetti, per esempio, anche un centro sociale, senza alcuna ristrutturazione, potrebbe costituire un’azione di rigenerazione urbana».

 

Un esempio di rigenerazione urbana senza progetto edilizio arriva da Scampia, quartiere della zona nord di Napoli. Qui, un gruppo di realtà sociali e culturali sta dando vita a un ecomuseo urbano diffuso chiamato Speech Spicc (Scampia Public Innovation Creative Collaboration). In questo caso, lo spazio di intervento non è solo quello fisico dei luoghi del quartiere interessati, ma anche quello immateriale delle pratiche e delle relazioni tra le esperienze di attivismo.

A promuovere Speech Spicc è l’associazione Chi rom e… chi no, nata nel 2002 «con l’intento di provare a cambiare un territorio controllato dalla camorra, dallo spaccio di droga e dall’abbandono dello stato»

A promuovere Speech Spicc è l’associazione Chi rom e… chi no, nata nel 2002 «con l’intento di provare a cambiare un territorio controllato dalla camorra, dallo spaccio di droga e dall’abbandono dello stato», racconta la presidente Barbara Pierro. Tutto è iniziato con la costruzione di una baracca all’interno del campo rom del quartiere per farci laboratori, feste e assemblee alle quali partecipavano sia rom sia gagiò, termine con cui i rom chiamano i non rom. Insieme all’impresa femminile La Kumpania, oggi l’associazione promuove attività pedagogiche, culturali, conviviali e di gastronomia balcanica-napoletana in uno spazio comunale nel cuore di Scampia, chiamato Chikù. L’edificio in cui si trova è un labirinto di rampe, scalinate, corridoi e terrazze, che ospita uffici pubblici e un auditorium, chiuso dal 2017. Al terzo piano, un’ampia terrazza si affaccia sull’area verde della Villa comunale di Scampia. Dietro le chiome degli alberi, il complesso edilizio delle Vele. Tutto intorno al perimetro della terrazza, una fila di statue dallo stile classico ricorda che questo spazio un tempo ospitava un ristorante abusivo. Presto, spiega l’architetta Claudia Scarpitti, «diventerà il fulcro delle attività dell’ecomuseo».

A Speech Spicc lavoreranno architetti, come Scarpitti, ma anche educatori, comunicatori, artisti, ricercatori universitari, studenti, attivisti e semplici cittadini.

Mentre raccontiamo, l’elenco dei soggetti coinvolti, dalle realtà di Scampia ad altri ecomusei italiani, è ancora aperto a nuove adesioni. L’ecomuseo realizzerà laboratori didattici, esplorazioni urbane, mappe di comunità, formazione professionale, eventi culturali, produzioni di materiale audiovisivo e multimediale per narrare il quartiere.

«Più che rigenerazione urbana è urbanistica tattica: gli spazi del quartiere si modificano grazie all’incontro e alla cooperazione tra realtà», riprende Scarpitti.

 

«La relazione tra i vari attori e l’organizzazione di occasioni di connessione proveranno a incidere nella percezione e nel miglioramento del territorio. Tracceremo nuovi percorsi, utilizzando una segnaletica dedicata, cartine o cartelli esplicativi, facilitando l’attraversamento del quartiere. A differenza del centro storico, densamente edificato, Scampia ha molti spazi aperti poco vissuti, che possono diventare una risorsa».

Per Pierro l’ecomuseo servirà a «raccogliere la memoria del quartiere per cambiare il futuro, rendere giustizia alla sua storia e costruire una narrazione corale capace di liberarsi dagli stereotipi, ma senza nascondere i problemi». Mentre parla, ha tra le mani un libro illustrato con la storia dell’associazione, pubblicato da una casa editrice indipendente di Scampia, la Marotta e Cafiero. I testi sono di Giovanna Pignataro, figlia di Felice, muralista e animatore culturale che nel 1983 inventò una tradizione popolare per Scampia: il carnevale.

Le immagini dei suoi murales colorati accolgono ancora oggi chiunque arrivi alla metro che porta a Scampia, contendendo l’immaginario al complesso edilizio delle Vele, reso famoso dalla serie tv Gomorra.
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Per realizzare l’ecomuseo, l’associazione Chi rom… e chi no ha passato una doppia procedura selettiva nell’ambito del programma dell’assessorato alle Politiche sociali del Comune di Napoli. I quartieri dell’innovazione, ottenendo un sostegno economico di 120 mila euro. I quartieri dell’innovazione, che supporta altri 36 progetti nel capoluogo campano, è cofinanziato dal Fondo sociale europeo (Fse), nell’ambito del Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane. Conosciuto con l’acronimo Pon Metro è stato pensato dall’Italia per finanziare interventi di sviluppo urbano sostenibile e per la programmazione 2014-2020 ha potuto contare su risorse europee per 599,1 milioni di euro, a valere sul Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Fesr) e sul Fondo Sociale Europeo (Fse), più le quote di cofinanziamento nazionale per un totale di circa 870 milioni di euro. Sul portale OpenCoesione, con dati aggiornati al 31 agosto 2021

Sono monitorati 636 progetti che fanno riferimento al Pon Metro, per un costo pubblico di 822,2 milioni di euro

I progetti monitorati evidenziano un finanziamento che va tra i 70 e i 90 milioni di euro per ognuna delle città localizzate nelle regioni meno sviluppate (Messina, Palermo, Catania, Reggio Calabria, Bari, Napoli), e tra i 30 e i 50 milioni per quelle nelle regioni in transizione e più sviluppate (Cagliari, Roma, Firenze, Bologna, Genova, Venezia, Milano, Torino). Nell’agosto del 2021, la dotazione del programma è stata aumentata grazie ai fondi della strategia React Eu, per la ripresa post-pandemica europea, fino a un totale di quasi due miliardi di euro.

Il Pon Metro non è l’unico programma sostenuto con fondi Fesr e Fse ad aver dato vita a progetti di rigenerazione urbana o territoriale. Il Rifugio Alpi Apuane di Careggine, per esempio, è stato pagato in parte con soldi del Por Creo 2007-2013, un acronimo poco conosciuto che indica il Programma operativo regionale Obiettivo competitività regionale e occupazione, anche questo sostenuto con fondi di coesione europea. Difficile però quantificare “con un click” quanti dei finanziamenti legati a programmi di coesione europea abbiano innescato processi di rigenerazione urbana o territoriale. La loro natura trasversale a diversi settori richiederebbe un’analisi progetto per progetto.

«Per gli enti territoriali l’accesso ai fondi di coesione europea è un’operazione complessa», spiega Annalisa Gramigna, collaboratrice di Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, una fondazione dell’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, ed esperta di processi innovativi all’interno delle pubbliche amministrazioni. «Questo dipende anche dalla distanza tra chi determina processi e criteri e chi poi li deve mettere in pratica. Spesso le regioni, gli enti dai quali passano i fondi Ue prima di arrivare ai comuni, elaborano programmi e priorità senza prima ascoltare i territori che, di conseguenza, faticano ad adattare le proprie politiche a quelle dei programmi». Un’analisi condivisa anche da Simona Elmo, collaboratrice di Ifel ed esperta di fondi strutturali e di investimenti europei:

«La qualità della programmazione a monte da parte delle regioni è un tema centrale, insieme alla carenza negli organici comunali di personale competente nel seguire queste procedure amministrative.

Alcuni comuni elaborano progetti solo per rincorrere le fonti di finanziamento, rischiando di lasciare insoddisfatto il reale fabbisogno del territorio. In tema di rigenerazione, a volte accade che gli enti locali sistemino uno spazio abbandonato solo per non perdere i soldi, e anche perché il ritorno in visibilità politica è immediato, senza attribuirvi alcuna funzione o senza affrontare il tema della loro gestione e della sua sostenibilità economica nel tempo».

Tra i motivi che spingono a scommettere sulla rigenerazione urbana o territoriale c’è anche l’urgenza di fermare il consumo di suolo, una risorsa non rinnovabile necessaria alla sopravvivenza degli ecosistemi, a contrastare il cambiamento climatico e a garantire servizi vitali per l’umanità. Infatti, dopo la crisi del settore immobiliare, il consumo di suolo ha ridotto la sua corsa, ma è rimasto un fenomeno consistente. Secondo Snpa e Ispra, nel 2020 sono andati persi due metri quadrati di suolo al secondo.

A questa velocità, tra il 2020 e il 2050, limite entro il quale per l’Ue andrebbe azzerato il consumo, in Italia verrebbero distrutti altri 1.552 chilometri quadrati di suolo, più dell’intero territorio di Roma, il comune più esteso d’Italia.

Nonostante la campagna delle realtà attive in difesa del paesaggio e dell’ambiente, in Italia non c’è una legge percontrastare il consumo di suolo. Un po’ più di attenzione è stata data alla rigenerazione urbana, soprattutto dalle regioni, molte delle quali negli ultimi anni si sono dotate di leggi in merito.
I provvedimenti cambiano da territorio a territorio e in molti casi regolano soprattutto l’aspetto edilizio legato ai premi di cubatura e alla possibilità di demolire e ricostruire. A livello nazionale, si è proceduto attraverso piani ad hoc.

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Tra questi, c’è il Programma straordinario per le periferie, istituito nel 2015, che ha destinato alle città metropolitane e ai capoluoghi 2,1 miliardi di euro fino al 2024. Nel 2019, per progetti di rigenerazione urbana nei comuni sopra i 15mila abitanti sono stati previsti 8,5 miliardi di euro, ripartiti tra il 2021 e il 2034. Infine, con una cassa di 853 milioni di euro, nel 2020 è partito il Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare (Pinqua).

Gli ultimi due provvedimenti sono stati finanziati anche dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), lo strumento con il quale l’Italia ha definito gli obiettivi da raggiungere con i fondi europei del Next Generation EU: 3,3 miliardi ai comuni sopra i 15 mila abitanti e 2,8 miliardi al Pinqua, con 159 progetti ammessi in graduatoria. Altri 2,97 miliardi sono andati ai Piani urbani integrati. In totale, sono 9,02 i miliardi di euro allocati alla voce “Rigenerazione urbana e housing sociale”, una locuzione, quest’ultima, che indica edilizia privata, finanziata in parte dallo Stato, destinata a famiglie non abbastanza ricche per acquistare una casa sul libero mercato e non così povere per la casa popolare.

A questo proposito, il docente della Sapienza Cellamare sottolinea due elementi: «Il Pinqua attribuisce un punteggio maggiore a progetti che valorizzano gli aspetti sociali e la partecipazione degli abitanti, ma finanzia solo l’intervento edilizio.

Il Pnrr, favorendo il recupero dell’esistente, può dare un contributo al disagio alloggiativo, ma non propone alcuna politica abitativa pubblica adeguata a colmare il fabbisogno di case popolari, che in Italia è assente ormai dagli anni novanta».

Tra i progetti del Pinqua, ce n’è uno in corso al quartiere Ostiense di Roma: Porto Fluviale RecHouse. Trasformerà gli ex magazzini dell’Aeronautica militare, costruiti all’inizio del ‘900 in via del Porto Fluviale, in case popolari, spazi per servizi e una nuova piazza pubblica. Il Comune ha ottenuto un accordo di cessione a titolo gratuito con il ministero della Difesa, proprietario dell’immobile, e undici milioni di euro provenienti dal Pinqua, a ottobre 2021. Ma la storia di rigenerazione urbana del Porto Fluviale inizia molto prima. Nel 2003, gli ex magazzini dell’Aeronautica militare, a circa dieci anni dalla loro dismissione, vennero occupati da 160 famiglie sfrattate o in difficoltà con il pagamento degli affitti.

Nel 2003, gli ex magazzini dell’Aeronautica militare vennero occupati da 160 famiglie sfrattate o in difficoltà con il pagamento degli affitti.

Quell’anno, in Italia, erano state emesse quasi 76 sentenze di sfratto per morosità al giorno. Il fenomeno, negli anni è cresciuto e si è cronicizzato. Secondo una ricerca Nomisma del 2020, in Italia le famiglie in disagio abitativo sono un milione e 470mila, il 78 per cento delle quali vive in affitto. L’occupazione di immobili abbandonati è una delle risposte alla scarsità di alloggi pubblici a prezzi accessibili, che dura tuttora. Solo a Roma, nel 2021, nelle liste del comune figurano quasi 13.900 famiglie.

In via del Porto Fluviale, chi c’era il giorno dell’occupazione racconta che il cortile interno era pieno di fogli volati via dalle finestre rotte e le stanze erano piene di materiali di ogni tipo e attrezzi da lavoro. «Il primo passo è stato rendere gli spazi abitabili», racconta Emanuela De Nardis, abitante del Porto Fluviale. «Superata la prima fase, tra i residenti è cresciuta la consapevolezza di non voler utilizzare lo stabile come se fosse proprietà privata. L’immobile è pubblico e tale doveva rimanere.

L’incontro con realtà esterne, in particolare con docenti, studenti e ricercatori universitari, come quelli del Laboratorio di arti civiche del dipartimento di Studi urbani dell’università di Roma Tre, è stato determinante per dare forma alle nostre idee». Un «punto di svolta» arriva nel 2012: il cortile non sarebbe più stato un parcheggio. «Questo ha cambiato tutto. Libero dalle auto, diventò subito uno spazio di gioco per i bambini, un luogo per cene multietniche e iniziative culturali», prosegue De Nardis. Anche l’intervista si svolge nel cortile. Gli abitanti salutano Emanuela quando passano. Una donna offre caffè e succo di frutta. La Sala da tè autogestita, inaugurata nel 2011, è stata il luogo che ha segnato l’apertura all’esterno.

«Questa sala – spiega ancora De Nardis – ha una porta che dà sul cortile e una che dà sulla strada. Un filtro, attraverso il quale accogliere la città».

Oggi la lista delle attività si è allungata e comprende una ciclo-officina, laboratori artigianali di oreficeria, pelletteria e sartoria, una sala prove per circensi. Dal 2003, la trasformazione dello stabile è andata di pari passo con quella della città circostante, anche se in direzione contraria. Ostiense, che all’inizio del novecento era un periferico quartiere industriale, oggi è una zona centrale, universitaria, piena di locali di tendenza.

Per affittare un appartamento di 70 metri quadrati servono, in media, circa mille euro al mese.

L’occupazione, invece, ha permesso a una comunità di 56 famiglie di 13 nazionalità diverse, in attesa da anni dell’assegnazione di una casa popolare, di continuare ad abitare una zona che altrimenti non avrebbero più potuto permettersi.

L’attuale operazione di rigenerazione urbana Porto Fluviale RecHouse eredita questa storia. Il progetto è frutto della collaborazione di Comune, VIII municipio, Ministero della cultura (coinvolto in quanto l’edificio è vincolato), le università di Roma tre e Luiss e Movimenti per il diritto all’abitare. Prevede di ricavare alloggi di edilizia residenziale pubblica da assegnare agli attuali abitanti, in possesso dei requisiti economici, attraverso un bando pubblico. Il cortile diventerà una piazza aperta al quartiere. Alle attività già esistenti se ne aggiungeranno di nuove, come un mercato a chilometro zero, uno sportello antiviolenza, un’aula studio aperta giorno e notte, un centro per la mobilità sostenibile collegato a una pista ciclabile. Nuovi ingressi e grandi vetrate collegheranno l’esterno al cortile interno. «Il progetto presentato al Pinqua non sarebbe esistito senza una relazione consolidata tra la comunità di Porto Fluviale e l’università che all’interno ha organizzato master e workshop nel corso degli anni», spiega Francesco Careri, docente del dipartimento di Architettura di Roma tre.

«Due gli obiettivi strategici:

Ridare funzione a un immobile vincolato e, allo stesso tempo, recuperare un bene sociale, incrementando la mixité (commistione sociale e funzionale dello spazio urbano, ndr) antidoto alla gentrificazione in atto nel quartiere, riducendo il conflitto generato dal disagio abitativo.»

Per Careri, il bando Pinqua ha però un limite: «I fondi coprono solo la ristrutturazione edilizia, ma non sostengono i soggetti che poi riempiranno lo spazio. Porto Fluviale ha la fortuna di avere attività consolidate, ma per altri percorsi questo aspetto potrebbe costituire un problema.

Una realtà come quella di Porto Fluviale non si improvvisa».
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