Ep. 02

Perché abbiamo bisogno di un reddito di base universale e incondizionato

Analisi di un provvedimento che in tanti considerano un’utopia, ma che potrebbe essere una soluzione

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Contro la povertà

Il problema di essere poveri non è essere ignoranti. Non è essere stupidi. È essere poveri.

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Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. È un piano di azione globale «per le persone, il Pianeta e la prosperità». Per Slow News, è la rotta per il mondo nuovo. Si tratta di 17 obiettivi (goal, in inglese) pensati per la crescita globale sostenibile, che guardino al benessere delle nuove generazioni. Il primo di questi recita: «Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo».

Un pensiero che potrebbe sembrare utopico o addirittura ingenuo. Eppure, economisti e filosofi sono impegnati da tempo a pensare e ricercare soluzioni concrete al problema della povertà.

Una di queste soluzioni è la teoria del Reddito di base universale incondizionato, o più semplicemente basic income.

Si tratta di una misura pensata per la prima volta ormai più di tre secoli fa, che aveva come scopo ideale quello di rendere gli uomini liberi dalla povertà nel nome della loro dignità di persone. Il principio di base?  Dare denaro per garantire la sopravvivenza. Le persone povere, infatti, sono anche quelle più sensibili agli eventi imprevedibili o imprevisti. Sono quelle più facilmente schiavizzabili sfruttando la loro condizione di inferiorità economica. Il problema di questa misura è che oggi è diventata bandierina (o ostaggio) della politica politicante e del cosiddetto welfare condizionato, che ne ha distorto la portata ottenendo risultati inferiori alle reali possibilità.

In Italia, in particolare, l’idea di basic income è stata modificata in favore della misura-bandiera del MoVimento 5 Stelle alle elezioni politiche del 2018, finendo per essere poi realizzata nella sua forma tanto dibattuta: il reddito di cittadinanza. Senza mettere in discussione l’intento che muoveva i pensatori di questa riforma, oggi ci troviamo a fare i conti con le distorsioni e le spiacevoli conclusioni alle quali ha portato.

Sono distorsioni prima di tutto culturali, visto che la portata potenzialmente rivoluzionaria di questa misura, è stata annacquata fin dall’inizio dalle cosiddette «norme anti-divano» e da tutte le volte in cui ci si è concentrati sulle eccezioni di chi, per esempio, percepiva reddito di cittadinanza senza meritarlo anziché analizzare potenziali effetti virtuosi sul lungo periodo. ​​​​​​​​​​​​​​

Comunque, dopo l’emergenza Coronavirus, in tutta Italia, si contano 945.000 posti di lavoro in meno (dati Istat). Nonostante questo, ci sarebbero aziende che faticherebbero a trovare dei lavoratori stagionali, come si può leggere cliccando uno qualsiasi di questi link. Fra le ragioni di questa difficoltà ci sarebbe anche il fatto che la retribuzione offerta, risulterebbe meno conveniente del reddito di cittadinanza.  La questione è stata ampiamente coperta dai giornali italiani e molto commentata sui social: per molti è anche l’occasione per un attacco all’idea stessa di reddito di base. Invece di attaccare, per esempio, le condizioni di lavoro degli stagionali.

Per alcuni, la soluzione a tutto questo potrebbe essere una riforma del salario minimo. Per altri, invece, è finalmente arrivato il momento di parlare di reddito di base universale e incondizionato

Di cosa parliamo quando parliamo di “reddito di base universale incondizionato”?

Per provare ad approfondire meglio l’argomento ci siamo confrontati con Emanuele Murra, ricercatore, docente di storia e filosofia e vice presidente del centro studi Demostene.

Nel corso degli anni, Murra ha prodotto una serie di pubblicazioni accademiche con l’intento di mettere a fuoco non solo l’idea che sta alla base del reddito universale, ma anche e soprattutto la sua fattibilità. «La definizione minima di reddito di base – dice Murra – è quella di un trasferimento monetario finanziato con la fiscalità generale, erogato da un’autorità pubblica. Si tratta di un reddito su base individuale, che non dipende dalle condizioni economiche dell’individuo e che non presenta esigenze di contropartite. Questo è ciò che rende unico il reddito di base universale».

«Il principio del basic income», continua lo stesso Murra, è «l’idea di libertà: cioè che ogni cittadino deve avere i mezzi per vivere in modo libero e dignitoso, indipendentemente dai comportamenti, dalle scelte e dalle condizioni personali di vita».

Un pensiero in grado di risultare, questo sì, rivoluzionario anche e soprattutto dopo l’annus horribilis del Covid-19, quello in cui la forbice delle disuguaglianze si è enormemente ampliata.

Secondo i dati forniti sempre dall’Istat, infatti, in Italia il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate sei volte superiori rispetto a quelle di coloro che sono più in difficoltà. A questo punto, la domanda è: può una misura come il reddito di base rappresentare un argine a tutto questo?

Da qualche mese, l’idea di un reddito di base incondizionato universale è al centro di una proposta che passa attraverso l’Ice (Iniziativa Cittadini Europei), lo strumento comunitario pensato per i progetti di iniziative dal basso della Comunità Europea. Al momento, la proposta ha già raccolto più di 120mila firme, e c’è ancora quasi un anno a disposizione per sostenerla. ​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Qui trovi il link per l’iniziativa e qui quello per firmare.

La proposta dei Cittadini Europei – la stessa di cui parla Murra e di cui ci occupiamo in questo articolo – possiede i tre aspetti di unicità della misura: universale, incondizionato, senza contropartite.

Universale – Si tratta di un reddito fornito a tutte le persone. E su base individuale. Anche per questo si differenzia da tutte le altre misure già esistenti come sostegno alla povertà. È una misura individuale perché punta a emancipare ogni individuo, a prescindere dalla sua età (giovani o anziani), a prescindere dalle sue scelte, dalle sue opinioni, dalla sua provenienza. Questa caratteristica rappresenta un primo punto essenziale perché, prendendo anche solo una famiglia con due figli a carico a cui far pervenire il reddito, oltre che ai loro genitori, arriva a costituire una fonte di sostentamento importante per allontanare il nucleo familiare dalla soglia della povertà. Ma anche per stabilizzarne la vita rispetto agli imprevisti.

Incondizionato – Come tiene a precisare lo stesso Murra, il reddito di base universale prima di tutto non prevede nessun prerequisito di attivazione se non quello di essere cittadini (nel nostro caso caso italiani) e titolari di un conto corrente. In sostanza non bisogna in alcun modo di dimostrare di essere poveri per ottenerlo. Una visione più radicale ancora sarebbe la possibilità di erogare il reddito di base anche a chi non possiede un conto corrente.

Senza esigenza di contropartite – Stando alla proposta, i destinatari del reddito (cioè tutti) non devono fornire contropartite di nessun genere, che si tratti di ore di servizio civile, ricerca attiva di lavoro o semplice formazione con cui “ripagare” il reddito. Nulla di tutto questo, diversamente da quanto pensato per il reddito di cittadinanza.

E qui si apre una delle questioni più importanti quando si parla di basic income: i limiti dei sistemi condizionati. ​​​​​​​​​​​​​​

Di cosa parliamo quando parliamo di “reddito di base universale incondizionato”?

Per provare ad approfondire meglio l’argomento ci siamo confrontati con Emanuele Murra, ricercatore, docente di storia e filosofia e vice presidente del centro studi Demostene.

Nel corso degli anni, Murra ha prodotto una serie di pubblicazioni accademiche con l’intento di mettere a fuoco non solo l’idea che sta alla base del reddito universale, ma anche e soprattutto la sua fattibilità. «La definizione minima di reddito di base – dice Murra – è quella di un trasferimento monetario finanziato con la fiscalità generale, erogato da un’autorità pubblica. Si tratta di un reddito su base individuale, che non dipende dalle condizioni economiche dell’individuo e che non presenta esigenze di contropartite. Questo è ciò che rende unico il reddito di base universale».

«Il principio del basic income», continua lo stesso Murra, è «l’idea di libertà: cioè che ogni cittadino deve avere i mezzi per vivere in modo libero e dignitoso, indipendentemente dai comportamenti, dalle scelte e dalle condizioni personali di vita».

Un pensiero in grado di risultare, questo sì, rivoluzionario anche e soprattutto dopo l’annus horribilis del Covid-19, quello in cui la forbice delle disuguaglianze si è enormemente ampliata.

Secondo i dati forniti sempre dall’Istat, infatti, in Italia il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate sei volte superiori rispetto a quelle di coloro che sono più in difficoltà. A questo punto, la domanda è: può una misura come il reddito di base rappresentare un argine a tutto questo?

Da qualche mese, l’idea di un reddito di base incondizionato universale è al centro di una proposta che passa attraverso l’Ice (Iniziativa Cittadini Europei), lo strumento comunitario pensato per i progetti di iniziative dal basso della Comunità Europea. Al momento, la proposta ha già raccolto più di 120mila firme, e c’è ancora quasi un anno a disposizione per sostenerla. ​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Qui trovi il link per l’iniziativa e qui quello per firmare.

La proposta dei Cittadini Europei – la stessa di cui parla Murra e di cui ci occupiamo in questo articolo – possiede i tre aspetti di unicità della misura: universale, incondizionato, senza contropartite.

Universale – Si tratta di un reddito fornito a tutte le persone. E su base individuale. Anche per questo si differenzia da tutte le altre misure già esistenti come sostegno alla povertà. È una misura individuale perché punta a emancipare ogni individuo, a prescindere dalla sua età (giovani o anziani), a prescindere dalle sue scelte, dalle sue opinioni, dalla sua provenienza. Questa caratteristica rappresenta un primo punto essenziale perché, prendendo anche solo una famiglia con due figli a carico a cui far pervenire il reddito, oltre che ai loro genitori, arriva a costituire una fonte di sostentamento importante per allontanare il nucleo familiare dalla soglia della povertà. Ma anche per stabilizzarne la vita rispetto agli imprevisti.

Incondizionato – Come tiene a precisare lo stesso Murra, il reddito di base universale prima di tutto non prevede nessun prerequisito di attivazione se non quello di essere cittadini (nel nostro caso caso italiani) e titolari di un conto corrente. In sostanza non bisogna in alcun modo di dimostrare di essere poveri per ottenerlo. Una visione più radicale ancora sarebbe la possibilità di erogare il reddito di base anche a chi non possiede un conto corrente.

Senza esigenza di contropartite – Stando alla proposta, i destinatari del reddito (cioè tutti) non devono fornire contropartite di nessun genere, che si tratti di ore di servizio civile, ricerca attiva di lavoro o semplice formazione con cui “ripagare” il reddito. Nulla di tutto questo, diversamente da quanto pensato per il reddito di cittadinanza.

E qui si apre una delle questioni più importanti quando si parla di basic income: i limiti dei sistemi condizionati. ​​​​​​​​​​​​​​

Come funzionano i sistemi condizionati?​​​​​​​

​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Nella sua analisi, Murra individua due tipi di problemi dei provvedimenti attualmente utilizzati, definiti appunto ‘sistemi condizionati’ (come lo stesso Reddito di cittadinanza).

Il primo problema è che «sprecano molte risorse». Concedere il beneficio soltanto a chi ne ha davvero bisogno, scegliendolo sulla base del suo reddito («e quindi di quanto è povero»), ci illude di risparmiare del denaro. In realtà ne impiega più di quello che servirebbe per darlo a tutti in maniera incondizionata. Per giunta, in maniera disfunzionale.. Per una questione di risorse e perché non consente di attuare il meccanismo finale che permette al reddito universale di base di funzionare in maniera molto semplice. Verificando (e dunque tassando) i redditi a valle invece di capire a monte a chi spetterebbe il denaro. «Il sistema così com’è», spiega Murra, «è complesso e assorbe molte risorse e rischia di non riuscire fino in fondo nel suo intento. Il meccanismo burocratico di controllori, di assegni, di persone, è finanziato con soldi che potrebbero andare direttamente ai beneficiari e che ai beneficiari spesso non arrivano».

«Potrà poi sembrare – dice il ricercatore – che dare il beneficio unicamente a chi è in condizioni di povertà, chiedendo in cambio lavoro, ci garantisca che queste persone non facciano i fannulloni (e che quindi non vivano soltanto di contributo pubblico). In realtà non è necessariamente così». E il perché di questo attiene a secondo motivo, quello di natura etico/normativa.

«Di solito – continua Murra – chi è in condizioni di povertà e di povertà estrema, ha anche dei limiti sociali, cioè di incapacità di migliorare la propria situazione economica». E questo vuol dire che «fatica davvero a ottenere il beneficio anche se potrei averne tutti i requisiti». Se per attivare il reddito di cittadinanza, spiega il docente, è necessario recarsi in un centro, individuare una persona che offra supporto, cercare e presentare dei documenti, inevitabilmente coloro che hanno un’educazione inferiore e “meno capacità di muoversi nei gangli della burocrazia”, faticano di più. È il problema del cosiddetto take-up-rate, ovvero quanto concretamente una manovra riesca a raggiungere i beneficiari a causa di problemi terzi rispetto alla stessa.

Accanto a questo «stigma sociale», come lo definisce Murra, «ci poi sono molte persone che per pudore, per dignità non vogliono far sapere di essere in quello stato di povertà, nella condizione economica da poter chiedere il reddito, e quindi non agiscono, non prendono il beneficio».

L’esempio che fa Murra nella sua spiegazione è la famosa Carta Acquisti Alimentari voluta dal governo Berlusconi nel 2008, quella che veniva data a chi non raggiungeva una certa soglia minima di reddito e con la quale si potevano fare solamente acquisti di natura alimentare o pagare le bollette di luce e gas.

«Quella misura», continua Murra «rendeva evidente a tutti il fatto che una persona era povera. Il primo sconosciuto al supermercato poteva sapere che qualcun altro fosse in condizioni da possedere quella carta, e quindi la misura stessa non ha avuto successo anche per questo motivo». ​​​​​​​​​​​​​​Son questi, conclude Murra, «i problemi strutturali del welfare condizionato».

La realizzazione

La soluzione che il docente propone per realizzare il reddito di base universale e incondizionato è molto pratica. Secondo lui, si potrebbero spostare le verifiche che consentono di capire a chi deve essere destinata la misura «semplicemente dopo, cioè alla prova dei redditi». La proposta prevede quindi che questo trasferimento monetario venga dato a tutti (universale, appunto), con l’unica condizionalità della cittadinanza italiana (argomento che meriterebbe un approfondimento a parte. E che, per esempio, nella proposta europea si allarga a tutti i cittadini europei). «Così il sistema diventa velocissimo proprio perché non richiede risorse aggiuntive ‘di controllo’, e il denaro può essere dato a tutti in maniera tracciabile».

«Poi, alla prova del reddito, chi ne possiede uno tanto alto al punto da non avere bisogno dei soldi del basic income, li restituisce attraverso la propria dichiarazione. Così facendo, da un lato posso raggiungere chiunque, ma soprattutto chi ne ha veramente ha bisogno. E poi posso eliminare lo stigma della povertà, quello che ti fa vergognare di utilizzare il reddito, semplicemente perché si quel denaro non in quanto persone povere ma in quanto cittadini e persone, esseri umani».

Homer sul divano

Nei lunghi mesi della campagna elettorale per le politiche del 2018, uno degli argomenti che i detrattori del reddito di cittadinanza proponevano – e che ritornano quotidianamente nel dibattito – era che, con la certezza di ricevere del denaro senza dover lavorare, in tanti sarebbero rimasti a poltrire sul divano. Quando questa opposizione viene fatta presente a Murra, lui dice di aver preso un’immagine simile proprio per spiegare la sua proposta, spiegando perché è proprio il sistema del welfare condizionato che pone le basi perché ciò accada.

«In un testo che ho scritto insieme a Corrado del Bò abbiamo utilizzato l’immagine di Homer Simpson proprio come prototipo del fannullone, cioè colui che trova ogni escamotage pur di non lavorare [Il libro si intitola proprio Per un reddito di cittadinanza – Perché dare dei soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni». Storicamente, spiega Murra, l’immagine che veniva utilizzata per definire il concetto di basic income era quella del surfista di Malibu, che cavalca le onde senza pensare a come sopravvivere, proprio perché la sua libertà era protetta dallo stato. Nel caso, sarebbe stato un suo ‘problema’ quello di scegliere di lavorare per ambizione personale. «Secondo me – dice invece il ricercatore – il problema di questa immagine è che è controintuitiva, proprio perché restituisce l’idea della libertà, non quella del fannullone. Invece, chi fa l’opposizione al reddito di cittadinanza pensa più all’Homer sul divano no? Non pensa alla libertà che offre questo provvedimento, ma pensa a chi utilizza questo reddito per non fare niente». E, sorpresa, è proprio il welfare condizionato che potrebbe creare gli Homer Simpson sul divano.

La spiegazione che Murra dà è immediata:

«Se io oggi ricevo il reddito di cittadinanza – dice – ho otto ore libere e un guadagno di €600. Se io domani trovassi un lavoro, che sarebbe per forza di cose un lavoro a basso reddito, data la situazione del mercato di oggi e tutti i fattori che concorrono quando mi metto alla ricerca di un impiego, si tratterebbe (ad esempio) di un lavoro a 700 euro al mese, che mi priverebbe di quelle 8 ore per 100 euro in più al mese».

Se così fosse, con le regole del reddito condizionato, il beneficiario perderebbe il diritto a ricevere il reddito di cittadinanza. «Quindi che cosa accade? Accetterò quel lavoro? No, perché così com’è, il sistema non agevola il mio desiderio di lavorare, ma anzi crea quella zona grigia per cui a volte mi conviene non accettare un impiego, la cosiddetta trappola del lavoro». Invece, prosegue Murra, percepire reddito garantito indipendentemente dal lavoro che si svolge, un reddito che viene comunque dato nonostante si lavori, rende comunque conveniente accettare il lavoro se«varrà la pena ‘perdere’ quelle 8 ore libere, per un reddito che vale più del doppio. Questo è il punto».

«Questa cosa – dice Murra – consente di ripensare totalmente il concetto di lavoro, definendolo non come una necessità ma come un valore aggiunto alla mia vita».

Come lo finanzio?

Ovviamente il grosso interrogativo di questa misura è legato alla domanda più importante di tutte: «dove si trovano i soldi per adottare questa misura?».

Murra risponde così: «Con riferimento all’Italia, il reddito di base non può che essere finanziato con la rimodulazione della tassazione, e richiederebbe certamente una più alta pressione fiscale». Secondo il ricercatore, per essere finanziato si deve pensare a un aumento – per esempio – di uno o più punti percentuali su determinate imposte. L’ipotesi più accreditata è quella di prendere l’Iva, semplicemente perché è la tassa più simile in tutta Europa.

Stando al suo parere, almeno una parte della misura dovrebbe essere finanziata anche attraverso i risparmi ottenuti con una riforma delle altre prestazioni in denaro oggi esistenti. Sostanzialmente, tutte quelle di importo inferiore al previsto reddito di base dovrebbero essere sostituite da questo. «Che poi si scelga un inasprimento dell’Iva o dell’Irpef o ancora di finanziarlo tramite una tassa su eredità e donazioni – vedi la polemica di maggio 2021 legata alla proposta del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, di finanziare un fondo per i giovani con le tasse di successione – è legato più a questioni di opportunità politica che ad altro». «Occorrerà – continua Murra – nel concreto chiedersi quale tra queste potrebbe ottenere un più ampio supporto da parte dei partiti, quale aiuti a raggiungere altri obiettivi di politica sociale (come ad esempio la redistribuzione economica e una società più egualitaria), o anche semplicemente quale tra esse permetta di ottenere con più facilità le somme necessarie».

Un esempio reddito di base nel mondo

Al momento, l’esempio più simile al reddito di base incondizionato che esiste e funziona è quello dell’Alaska. Nei primi anni ’80, nello stato americano fu istituito l’Alaska Permanent Found, una sovvenzione ai cittadini che si basa sui guadagni statali derivanti dal petrolio.

Quando vennero scoperti i giacimenti petroliferi nello stato, l’allora governatore repubblicano Jay Hammond decise di disporre dei vincoli al loro utilizzo, dando i pozzi in concessione ai privati a patto che una percentuale dei proventi venisse data allo Stato. Questo doveva posizionarli in un fondo sovrano pensato per lo sviluppo stesso dell’Alaska. Qualche anno dopo, quando ormai il fondo aveva raggiunto una certa consistenza, venne definito un programma di investimenti per quei soldi, con un portafoglio molto differenziato, diviso tra economia interna ed estera che portava del denaro nelle casse dello Stato.

Così da allora, ogni anno ai cittadini dell’Alaska vengono assegnati i dividendi di questo investimento che lo Stato aveva fatto per loro. La cifra si aggira mediamente attorno ai 1500 dollari di guadagno annuo per ogni cittadino, quindi un centinaio al mese, che – come detto – già per una famiglia possono costituire una risorsa importante. Ovviamente, è bene precisare che l’Alaska da questo punto di vista ha due fortune: una densità abitativa minima, 0,43 abitanti per chilometro quadrato (in Italia siamo a 199,4), ma soprattutto la disponibilità di pozzi di petrolio. In merito a quest’ultimo punto, però, è bene precisare che l’Italia potrebbe comunque adottare delle misure simili – ad esempio – per le sue migliaia di chilometri di spiaggia (7.456 per la precisione), date in concessione ai privati a prezzi che negli anni sono stati poco ridiscussi e che sono molto più bassi di quelli richiesti ai clienti.

«Esistono numerosi studi che illustrano diverse modalità per introdurre (gradualmente) e finanziare il reddito di base incondizionato», si legge nella proposta dei Cittadini Europei. Un metodo potrebbe essere, per esempio, la tassazione delle big company della Silicon Valley (che stanno già pensando alla cosa per conto loro)​​​​​​​

Una proposta alternativa (o per partire): un reddito di base per i minorenni

Una delle proposte valutate negli anni, alla quale, almeno in teoria, in pochi potrebbero opporsi, è quella di affidare un reddito di base ai minorenni. Si tratterebbe di un esperimento nel tentativo di capire non solo la fattibilità della misura ma anche le sue conseguenze. Il primo vantaggio di questa proposta consisterebbe nel fatto che – diversamente dai sistemi condizionati – per forza di cose non richiederebbe ai ragazzi la contropartita del lavoro. L’intento sarebbe quello di affidare una sorte di dote a tutti gli under 18 e guardare poi in prospettiva a quali adulti diventeranno, tenendo conto di una serie di indicatori “terzi” come il tasso di istruzione, la qualità della stessa, le iscrizioni alle università. Poi, in un secondo momento, si potrebbe dare una valutazione alla loro condizione economica da adulti e il benessere nel quale sono in grado di vivere. ​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Redistribuire la ricchezza

«Ipotizziamo – dice il ricercatore – di agire inasprendo di qualche punto percentuale l’Iva. Van Parijs aveva pensato un 5% per garantire a ogni cittadino europeo 300 euro di reddito in media, ovviamente dividendo l’Ue in 3-4 aree differenti. Così potrebbe finanziarsi. Certo, 300 euro per una persona sola non sono molti, ma già in un nucleo familiare diventano abbastanza». In questo modo, un’intera famiglia potrebbe uscire dalla soglia di povertà, garantire un’istruzione degna ai propri figli e si avvierebbe davvero un processo di redistribuzione della ricchezza.

Numerosi ricercatori, da Tony Atkinson a Thomas Piketty, hanno dimostrato che in una contingenza storica normale, senza quindi che sia lo Stato a intervenire per ridistribuire la ricchezza, questa ha la tendenza a polarizzarsi».

In altre parole, non è vero, come amano ripetere i sostenitori dell’ideologia del libero mercato, che lasciar andare le cose per conto loro appiana le diseguaglianze.

«Per avviare questa redistribuzione, la via princeps sono gli interventi dello Stato attraverso l’aumento dei salari o un’apertura del mercato del lavoro. Oggi – dice Murra -, a differenza di tre o cinque decenni fa, si distribuisce molto meno nonostante la forbice sia molto più larga. E questo è dato dalla struttura economica nella quale viviamo». E la domanda che si pone Murra è: «oggi è conveniente e funzionale insistere nel creare artificialmente dei posti di lavoro laddove non ce n’è bisogno? Se l’economia funziona con meno persone che lavorano perché c’è una innovazione tecnologica (ad esempio), è utile cercare di aumentare l’occupazione?».​​​​​​​

«Se sapessi fare delle scelte non saresti povero»

«Esattamente come altre risorse naturali, anche il lavoro è diventato una risorsa scarsa, ed è questo che giustifica la necessità di un reddito di base finanziato con la tassazione dei redditi». Sostanzialmente, ricevendo un reddito in grado di garantire la sopravvivenza, quella del lavoro diventerebbe una scelta e non un obbligo o una necessità. «Semplicemente, se si arrivasse a una società che è in grado di coprire tutti i miei bisogni, accetterò quel lavoro perché mi conviene davvero o perché lo vedo come un’ambizione, non perché in qualche modo devo sopravvivere. Allora non servirebbe nemmeno una riforma del salario minimo».

«Il problema del reddito di base – ripete Murra – è che è altamente controintuitivo: cioè siamo portati a pensare che il beneficio vada necessariamente collegato ad una ad una volontà di impegnarsi, che lo si debba assolutamente ricambiare in qualche modo».

In realtà tutti gli esperimenti fatti nel mondo dimostrano che non è così, che invece la sicurezza economica fa sì che le persone si attivino.

«Io stento davvero a credere che tutte le persone che non lavorano e oggi percepiscono il reddito di cittadinanza siano felici sul divano davanti alla TV in mutande a bere birra»

Emanuele Murra

Per argomentare la sua tesi, Murra racconta  di aver partecipato a un convegno in Olanda sul reddito di base come relatore. In quell’occasione, un ricercatore espose i risultati di una sua indagine. I partecipanti a questa dovevano spiegare cosa avrebbero fatto nel proprio tempo libero se avessero percepito il basic income.

«Le risposte più comuni erano ‘Io andrei a teatro, lavorerei meno per stare con i miei figli, mi impegnerei nel volontariato’. Quindi la narrazione comune è che se i soldi li dai a me io li so usare ma gli altri no. Ed è stato questo uno dei problemi del welfare state negli anni: decidere per le persone come usare quel denaro perché c’è il pregiudizio che una persona povera, se sapesse fare delle scelte, non sarebbe povera».

Non è così. Ecco perché abbiamo bisogno di un reddito di base universale e incondizionato.

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