Ep. 04

Ridurre le disuguaglianze non significa niente

Parlarne è un modo di inquadrare i problemi sociali adatto ai tecnocrati, diceva David Graeber.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Contro la povertà

Il problema di essere poveri non è essere ignoranti. Non è essere stupidi. È essere poveri.

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Che cosa vuol dire essere una persona povera? La mera definizione numerica, senza altre considerazioni socio-economiche più complesse, si basa sulla “soglia della povertà”. Ma non quella dei 2 $ al giorno di cui probabilmente hai sentito parlare. Vive in povertà assoluta una persona che può permettersi di spendere, al mese, meno di quel che serve per i beni essenziali.

A Bruxelles, per esempio, quella cifra è pari a 1.287 euro al mese per una persona da sola. Diventano 2.703 euro al mese per due persone adulte e due bambini (i dati sono del 2021).

Se vuoi calcolare la soglia di povertà relativa per te (o per il tuo nucleo famigliare) in Italia, puoi farlo con il calcolatore ISTAT, come nell’esempio che vedi qui.

Secondo Le Forum – Brusselles contre les inégualitéspiù di una persona su tre vive in questa città con una disponibilità economica al di sotto della soglia di povertà specifica di Bruxelles. E infatti,  se giri per la città, trovi ristoranti che sono inavvicinabili per i prezzi che propongono e, a pochi metri di distanza, vedi famiglie che dormono per strada.

Ma perché parliamo proprio di Bruxelles? Perché siamo qui per la Settimana Europea delle Regioni e delle Città. Slow News ha vinto un bando europeo per il secondo anno consecutivo: il progetto che stiamo costruendo si chiama A Brave New Europe e parla di politica di coesione europea, delle storie legate ai fondi di coesione europea, dei loro effetti, di successi e insuccessi. E parla anche di povertà.

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Bruxelles, Settimana delle regioni e delle città 2022, interno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea

La politica di coesione europea – scriviamo nel glossario di ABNE – è una politica pubblica che ha l’obiettivo di ridurre le differenze fra i territori garantire il fatto che i cittadini e le cittadine, ovunque siano nati, vivano, risiedano e lavorino, abbiano le stesse opportunità.

Sembrano frasi astratte, ma c’è qualcosa di più.

Elisa Ferreira, commissaria europea per la coesione e le riforme – durante una delle conferenze dell’Europan Week of Regions & Cities –  dice che la politica di coesione «è importante per il welfare di tutta l’Europa». Sostiene ricerca e innovazione, le piccole e medie imprese (PMI), e poi ambiente, trasporti, occupazione, formazione e pubblica amministrazione.

Per fare questo, l’Europa stanzia una montagna di soldi. Per il periodo 2021-2027 l’Italia da sola riceve e riceverà 42,7 miliardi di euro per i progetti di coesione. Se vuoi seguire tutti i dati, c’è il sito di Open coesione.

Eppure, fuori dai palazzi delle istituzioni di Bruxelles dove si decidono questi finanziamenti e dove si fa politica per “contrastare le diseguaglianze”, la vita delle persone che vivono sotto la soglia della povertà, continua come prima e si aggrava di anno in anno.

Secondo il censimento ufficiale più recente, le persone senzatetto della capitale belga erano, a fine 2020, 5.313. Fra queste, quasi una su cinque era minorenne. Il dato assoluto era in crescita del 28% rispetto al censimento precedente (2018) e le stime per il prossimo (novembre 2022) sono di una crescita che continua.

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Una persona che vive in strada, Bruxelles, 9 ottobre 2022

Questo non significa però che l’idea di una Politica di coesione sia sbagliata. Anzi. Ma forse dovrebbe spingerci a ragionare su quello che l’antropologo David Graeber ha definito «il difficilissimo lavoro di creare una società libera». Per farlo, è utile partire da una parola: Disuguaglianza.

«La parola disuguaglianza» scrive Graeber nel passaggio di un saggio tradotto e pubblicato su Internazionale nel 2018, «sembra fatta apposta per condurre a mezze misure e compromessi. Si può immaginare di rovesciare il capitalismo o di abbattere il potere dello stato, ma è molto difficile immaginare di cancellare la “disuguaglianza”. Di fatto, non è neppure chiaro cosa significhi, perché le persone non sono tutte uguali e nessuno vorrebbe davvero che lo fossero».

Secondo l’antropologo non ci stiamo occupando delle problematiche reali, quando parliamo di disuguaglianza. Perché dire «disuguaglianza»scrive ancora Graeber, «è un modo di inquadrare i problemi sociali adatto ai tecnocrati riformisti, i quali partono dal presupposto che qualunque reale trasformazione sociale è esclusa dal dibattito politico da molto tempo. Consente di armeggiare con i numeri, ragionare sui coefficienti di Gini, ricalibrare i regimi fiscali e lo stato sociale, consente perfino di spaventare l’opinione pubblica con cifre che dimostrano quanto è peggiorata la situazione (“Ci pensate? Lo 0,1 per cento della popolazione mondiale controlla più del 50 per cento della ricchezza!”), e tutto ciò senza affrontare nessuno degli aspetti che la gente critica realmente di questi ordinamenti sociali così “disuguali”: per esempio il fatto che alcuni riescono a trasformare la loro ricchezza in potere, mentre altre persone si sentono dire che le loro esigenze non sono importanti e la loro vita non ha un valore in sé».

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