Ep. 03

La parola nuova

La difficoltà di trovare un’iconografia nonviolenta non si limita alle questioni figurative: riguarda anche le parole.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
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Uno come noi. Militare la nonviolenza

La nonviolenza è il mettersi al centro per attirare, non per guidare.

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Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, un giovane avvocato, timido e impacciato, scopre che le sue difficoltà davanti alla corte sono inversamente proporzionali alle sue capacità di ascolto e rivendicazione politica. Il giovane avvocato, è il caso di dirlo, è di etnia indiana, ma ha studiato in Gran Bretagna e vive in Sudafrica: il suo nome è Mohandas Karamchand Gandhi, ma nel giro di qualche anno tantissimi lo chiameranno Mahatma, Grande Anima. Tutti oggi lo ricordano vestito di bianco per la marcia del sale o per la resistenza nonviolenta contro l’Impero britannico per l’indipendenza indiana, ma le prime pratiche del metodo partono in Sudafrica, quando Gandhi ancora vestiva all’occidentale, salvo per il turbante, e quasi si stupiva della discriminazione a cui i suoi connazionali, oltre alle persone nere, erano sottoposti.

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Gandhi avvocato in Sudafrica. Anno 1906.

Ma perché parlare della fine dell’Ottocento? Certo non per distrarre il lettore dal mio errore di registrazione. Anzi, rivendico ogni riga scritta nelle puntate precedenti: avevo di fronte Pietro Pinna, uno dei primi obiettori di coscienza al servizio (dell’uccisione) militare, un pezzo di storia, e non ero stata in grado di filmare l’intervista come si deve; il risultato era un video delle sue ginocchia, motivo per cui cercavo, senza successo, immagini di copertura.

Non sto divagando, davvero: è che la difficoltà di trovare un’iconografia autenticamente nonviolenta non si limita alle questioni figurative, ma riguarda anche le parole.

Torniamo alla fine dell’Ottocento, allora, anzi, ormai all’inizio del Novecento. Gandhi è in Sudafrica da dieci anni, è conosciuto dai connazionali, che difende mettendo a frutto i suoi studi giuridici e senza commettere violenza. Nelle iniziative di protesta contro regole discriminatorie o per impedirne gli effetti, attua e invita ad attuare forme di resistenza passiva, anche se chiarirà più volte che questa pratica non è equiparabile a quello che sta cercando, teorizzando, sperimentando. Chi esercita resistenza passiva infatti può anche essere debole, anzi, molto spesso lo è. Non solo, può anche odiare l’avversario contro cui si oppone, può vederlo come nemico. Il metodo che Gandhi vuole proporre, e che attua con intransigenza, si basa invece su “una forza invincibile”, che è la forza dell’anima, superiore a quella delle armi e fondata sul coraggio. Se la resistenza passiva è applicata dal nonviolento, inoltre, non può mai lasciare spazio all’odio: è una forza d’amore.

La necessità di distinguere il metodo nonviolento dalla resistenza passiva come strategia, che non necessariamente implica la purificazione spirituale dall’odio che Gandhi ritiene requisito per la nonviolenza, spinge il giovane avvocato indiano ormai prestato alla politica a indire un concorso. Sulle colonne dell’Indian Opinion, il giornale che aveva contribuito a fondare, spiega la sfida, promettendo un piccolo premio per il vincitore: bisogna trovare una parola che rappresenti la pratica politica che gli indiani stanno applicando in Sudafrica.

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Satyagraha non è un soggetto di ricerca - voi dovete farne esperienza, usarlo, vivere in esso.
Ghandi

Maganlal, un procugino di Gandhi, il nipote di suo zio, propone la parola Sadagraha, composta dalle parole Sat, verità, e Agraha, fermezza, che sarà poi modificata in Satyagraha. Satya è la verità intesa come ciò che è ma anche come amore, e la fermezza (Agraha) si genera proprio dalla verità d’amore, così come la verità d’amore è affermata grazie alla fermezza gentile del Movimento.

Verità. Anche Pietro Pinna me ne aveva parlato: «Rispetto della verità», la sua voce ancora risuona. Quella domanda finale, aperta, che gli avevo posto, quella richiesta di parlarmi di qualcosa a cui tenesse e che la mia generazione dovesse conoscere stava portando un frutto ricchissimo: l’obiettore di coscienza così convinto di non voler partecipare al servizio dell’uccisione militare da accettare di buon grado di stare rinchiuso nella fortezza mi stava spiegando la nonviolenza, scritto tutto attaccato. Quello che poi sarebbe diventato il suo maestro, Aldo Capitini, così l’aveva scritta nel tradurre e diffondere il pensiero e il metodo gandhiano: una parola sola, non inventata come Satyagraha, ma nemmeno passiva e solamente oppositiva come la negazione, la semplice aggiunta di un “non” davanti a “violenza”.

L’argomento a piacere è questo: la definizione della nonviolenza. «La nonviolenza è una visione di vita, una concezione etica» mi spiega «non morale – morale riguarda l’individuo, l’etica riguarda tutta l’umanità». Stava imbastendo una lezione di filosofia con una semplicità incredibile, riassumendo i concetti, chiarendo le spiegazioni per una che, del tema, non sapeva niente: «La nonviolenza è una concezione etica e universale, una filosofia originale dei conflitti: si riconosce che il conflitto fa parte costituente della vita umana». E però la nonviolenza non è solo teoria, è anzi, soprattutto, pratica, un peculiare metodo di azione. Ed è lì che – io ancora non lo sapevo – Pinna sintetizza il pilastro della nonviolenza, l’elemento costitutivo di Satyagraha: «Rispetto della verità».

Verità, “carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principî dati o a una realtà obiettiva”, spiega la Treccani, ma rientra nella definizione anche “affermazione o conoscenza rispondente a un concetto superiore e ideale del vero” e “ciò che è vero in senso assoluto”. A guardar bene, le uniche definizioni possibili sono tautologiche: insomma, non c’era bisogno di un dizionario per intuire che verità fosse ciò che è vero. Ma allora perché quell’enfasi nella voce di Pinna, “rispetto della verità”, per qualcosa di tutto sommato naturale? Nei conflitti a cui si riferiva l’obiettore che stavo intervistando, l’obiettività, l’imparzialità sono buone pratiche, nulla di così eccezionale. Certo, la non menzogna è fondamentale, soprattutto nell’approccio politico e pratico della nonviolenza: l’imposizione di una verità menzognera è violenza, il costrutto dialettico fallace, l’inganno dell’interlocutore sono tutte forme di violenza. La non menzogna, che Pinna aveva semplificato come rispetto della verità, è la capacità di affrontare un dialogo con sincerità, realmente aperti verso l’interlocutore e la realtà. Ma la non menzogna non è che una parte della Verità (sì, ho usato la maiuscola stavolta), anche se senz’altro una parte essenziale. Capitini spiegava che «siccome i nostri limiti individuali ci impediscono di cogliere questa Verità nella sua pienezza, noi ci avviciniamo ad essa instancabilmente soltanto stando aperti a chi è diverso da noi, mediante l’amore per ogni essere, mediante la nonviolenza, mediante il dialogo, nel quale noi sosteniamo le nostre idee, ma non escludiamo di esser convinti dagli altri».

Bisogna forse tornare alla filosofia medievale per intuire il significato della verità, accostandola a un altro concetto difficilmente definibile: la luce, che non si definisce, ma si conosce, grazie al potere di tirar fuori il resto del mondo dall’oscurità. La verità allora non è soltanto quella obiettiva, anche se la non menzogna e l’apertura al dialogo ne sono presupposto: «Rispettare la libertà degli altri comprendendo le loro verità secondo la loro coscienza, è nello stesso tempo la verità suprema, quella che permette a tutti gli uomini di chiamarsi fratelli» spiegava Guido Calogero.

La verità per il nonviolento è verità d’amore, è la capacità di accostare ontologia con deontologia senza alcun tipo di imposizione, ma con fermezza, verificare la finitezza di quel che è, anelando all’infinito di quel che dovrebbe essere, profondo e aperto. Satyagraha: la nonviolenza politica, per tradurre il neologismo gandhiano, è la forza proveniente dall’amore, la fermezza nella verità, dove per verità si intende ciò che è davvero. Un’entità superiore, quasi divina, l’ordinamento morale del mondo, un Valore in sé, per l’appunto l’amore, che talvolta si confonde con il metodo stesso di nonviolenza.

La filosofia si confonde con il metodo, perché la teoria non può che essere pratica.

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