Ep. 04

La lotta europea per il diritto all’acqua

Ci sono forze economiche lavorano nell’ombra per far arretrare diritti acquisiti, mettere le mani sulle risorse e privatizzare ciò che è pubblico.

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L’accesso universale all’acqua è, e dovrebbe essere, il presupposto di ogni politica tesa a contrastare le diseguaglianze. Ma non sempre ce ne preoccupiamo.

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Nel 2010 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha espresso il proprio voto favorevole affinché venga riconosciuto il diritto umano all’acqua e ai servizi igienici. Ogni questione riguardante l’acqua, però, sembra assumere le caratteristiche di questo elemento, divenendo liquidamente inafferrabile.

L’Europa è, senza ombra di dubbio, il Continente nel quale i cittadini hanno potuto difendere l’accesso alle risorse idriche meglio che altrove. Utilizzando lo strumento dell’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), lo European Water Movement, in collaborazione con la Federazione Europea dei Sindacati del Servizio Pubblico (FSESP), ha da tempo promosso il riconoscimento del diritto umano all’acqua. All’interno di un’Unione Europea che ha come obiettivo la creazione di un mercato unico di beni e servizi, l’acqua deve rappresentare un’eccezione perché essenziale alla vita. L’acqua non è una merce, ma un bene pubblico che va salvaguardato ed escluso dalle logiche della concorrenza. I governi sono obbligati a fornire questi servizi e dovrebbero adeguarsi a quanto concordato dalle Nazioni Unite nel 2010, ma così non è e, come abbiamo visto negli episodi precedenti, il capitale continua a imporre le proprie leggi.

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Il fiume Rodano a Lione. Foto Pixabay

Una questione continentale

Renato Di Nicola del Forum italiano dei movimenti per l’acqua segue da decenni il braccio di ferro in atto fra pubblico e privato nel Vecchio Continente: “La legislazione della Direttiva Quadra UE del 2006 contiene molti elementi positivi, ma non è immune dai processi di liberalizzazione dell’acqua. Il diritto umano all’acqua, così come configurato dalle Nazioni Unite nel 2010, non è esaustivo, non elimina completamente il problema della privatizzazione, ma la rende più difficoltosa. In Africa la dichiarazione ONU è servita. Il Parlamento Europeo può legiferare secondo il principio espresso dalle Nazioni Unite, ma non è detto che la Commissione Europea renda esecutivo quanto espresso dal potere legislativo. Ogni passo in avanti è sempre il frutto di una mediazione”.

Da qualche anno, nell’eterno braccio di ferro fra pubblico e privato si è assistito a un salto di qualità: “Mentre le multinazionali, pur vampirizzando sorgenti e falde acquifere, dovevano pur sempre garantire un servizio, l’irruzione della finanza nel mondo della gestione delle risorse idriche rappresenta uno sconvolgimento di cui è difficile prevedere le conseguenze. Se io sono una multinazionale devo gestire una risorsa per 10 o 20 anni, se sono un fondo finanziario posso acquistare e vendere al doppio dopo poco tempo. Affidare un bene essenziale come l’acqua alla Borsa crea i presupposti per un gioco criminale, in cui il prezzo dell’acqua viene vincolato alle condizioni climatiche”.

Di Nicola spiega come le grandi multinazionali, lontano dai riflettori, stiano lavorando alla costruzione di autostrade dell’acqua, lunghe infrastrutture idriche per trasportare l’acqua in luoghi dove manca: “Qualcuno sorride quando si parla di collegare Rodano ed Ebro per portare l’acqua fino al Nord Africa o quando si ipotizza di trasferire le risorse idriche albanesi in Puglia, ma i progetti delle autostrade dell’acqua ci sono, anche nel nostro Paese, e sono qualcosa di più di semplici tracce sulle mappe geografiche. Il capitalismo è vorace e velocissimo, noi che abbiamo il compito di sorvegliare su quanto avviene ci troviamo sempre a rincorrere”. La strategia delle grandi opere è sempre la stessa: creare progetti di dimensione nazionale o transnazionale, in modo da chiamare in causa gli Stati e gli organismi comunitari e indebolire le comunità locali.

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Il Danubio a Belgrado. Foto Pixabay

Le lotte degli attivisti

La resistenza dal basso, però, ha ottenuto in questo inizio di XXI secolo molti successi sulle multinazionali: “Pensiamo all’Irlanda, il Paese della pioggia, dove l’acqua non è mai stata contabilizzata: quando la troika ha messo le mani sui conti del paese e si è deciso di mettere i contatori nelle case, nell’isola si è creato un grande movimento di protesta” spiega Di Nicola. L’11 ottobre 2014 le strade di Dublino sono state invase da 130.000 persone, vale a dire il 4% della popolazione dell’Isola Verde (proporzionalmente è come se a Roma si fossero radunati due milioni e mezzo di manifestanti). Questa protesta è stata riassorbita dal governo che ha vinto le successive elezioni ed ha dato una grande visibilità allo European Water Movement, la federazione europea dei movimenti che si occupano dell’acqua, nata dopo la ripubblicizzazione dei servizi idrici napoletani.

Il braccio di ferro fra acqua pubblica e privatizzazioni più o meno evidenti è un continuo divenire.

Nel nostro continente la situazione è molto diversificata. In Germania la gestione è sempre stata prevalentemente in mano alle città e ai land, in Spagna abbiamo Madrid in mano pubblica e Barcellona gestita dalla Suez. A Parigi l’acqua è stata gestita per anni da Suez e Veolia che si sono spartite, rispettivamente, la Rive Gauche e la Rive Droite. Nel 2008, alla scadenza della concessione, la municipalità parigina ha rilevato le due multinazionali creando la società Eau de Paris
Renato Di Nicola

L’esempio parigino ha fatto da traino a molte altre realtà transalpine, mentre la roccaforte dell’acqua privata in Francia resta Marsiglia, città nella quale hanno la loro sede sia la multinazionale Veolia che il Consiglio Mondiale dell’Acqua che opera a livello globale orientando verso il settore privato la gestione delle risorse idriche.

Se in Africa, Asia e America del Sud le grandi multinazionali francesi hanno trovato in molti casi governi e municipalità compiacenti, in Europa esistono argini legislativi piuttosto solidi. Come accaduto in Irlanda, anche in Spagna e in Grecia si è tentato di privatizzare, ma la cittadinanza ha riempito le piazze e la resistenza (anche fisica) ha mantenuto la gestione delle risorse idriche in mano pubblica. In Olanda, anche i partiti di destra che sono andati al governo in tempi recenti non hanno mai messo in dubbio la natura pubblica dell’acqua.

Uno dei successi più limpidi ottenuti da quello che potremmo chiamare l’idroattivismo europeo è stata la ripubblicizzazione dell’acqua a Berlino: “Tradizionalmente la Germania ha sempre gestito pubblicamente e in maniera oculata le proprie risorse idriche, quindi non ci sono mai stati movimenti popolari – spiega Di Nicola –. Quando, però, si è ventilata l’ipotesi di un passaggio sotto il controllo privato, i berlinesi hanno organizzato un referendum popolare e la stragrande maggioranza ha detto di no. La stessa cosa è avvenuta a Salonicco dove un referendum auto-organizzato ha bloccato la privatizzazione. Ma l’esempio più emblematico resta quello della Comunidad di Madrid, dove, in soli due giorni, centinaia di migliaia di persone si sono espresse contro la privatizzazione del Canal Isabel Segundo”.

Nell’altra metropoli spagnola, Barcellona, è Aguas de Barcelona a controllare i servizi idrici: dopo il franchismo la gestione è passata a Suez. Qui la lotta per la ripublicizzazione è particolarmente accesa: “La battaglia giuridica fra il comitato Aigua és vida e Aguas de Barcelona è particolarmente accesa, tanto che l’azienda, per paura di perdere il servizio, ha smesso di tagliare l’acqua a chi non paga le bollette e non la taglia nemmeno ai centri sociali. Non finisce qui: ci sono state addirittura infiltrazioni di spie di Aguas de Barcelona all’interno del comitato per la rimunicipalizzazione dei servizi idrici”.Anche nella città catalana di Terrassa, il sindaco socialista Alfredo Vega ha dovuto far fronte a una campagna intimidatoria dopo aver messo la ripublicizzazione dell’acqua al centro del suo programma politico.

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Attivisti Right2Water e MammeNoPfas. Strasburgo. Foto Facebook

La nuova frontiera nella difesa dell’acqua sembra essere l’Est Europa. Dalla Polonia alla Grecia, passando per i Balcani, sono sempre di più i movimenti che chiedono di entrare a far parte dello European Water Movement. Una delle mobilitazioni più eclatanti è stata quella degli attivisti di Belgrado: un centinaio di loro si sono tuffati nei fiumi cittadini per portare alla ribalta del grande pubblico le problematiche legate al trattamento delle acque della città.

Le multinazionali, ovviamente, si organizzano facendo pressioni su governi e amministrazioni, infiltrandosi nei movimenti, ma soprattutto costruendo narrazioni a proprio favore. Su tutte quella che i fondi pubblici non sono sufficienti e solo l’intervento dei privati può essere risolutivo. Ma la gestione privata non è la soluzione, ma il problema. Lo dimostra l’ottimo stato di “salute idrica” delle città che hanno scelto la ripublicizzazione, dopo essere state in mano privata.

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