Ep. 02

Grani antichi e turismo stellare

La mancanza di opportunità lavorative adeguate rimane uno dei principali motivi per cui i giovani lasciano le Madonie. Eppure sul territorio, spesso grazie ai fondi di coesione Ue, qualcosa si muove.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
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Madonie sospese

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Il profumo fragrante della farina appena molita riempie l’aria del laboratorio. Sono quasi le dieci del mattino e, nei locali della Macina delle Madonie, un grande edificio che sorge ai piedi del comune di Gangi, in provincia di Palermo, Angelo Cammarata ha da poco concluso la sua nottata di lavoro tra lente lievitazioni e infornate. Pane in diversi formati e brioche, impacchettati e ordinatamente impilati, sono pronti per la consegna. 

 

Angelo sa tutto della farina, e l’arte della panificazione l’ha appresa da autodidatta. Viene infatti da una famiglia di molitori ma, dopo aver raccolto il testimone dal padre e dallo zio, ha scelto di imprimere una svolta alla propria attività, puntando sui grani antichi e sulla macinazione a pietra. 

 

«Mio padre avrebbe voluto andare avanti con l’attività tradizionale, ma io ho scelto di andare alla ricerca di un mercato di nicchia», spiega. La differenza, prosegue Cammarata, non è solo estetica: «Il germe del grano rimane intatto, conservando così propri i valori nutrizionali. La farina è quindi più digeribile e dà al pane un gusto decisamente diverso, più ricco rispetto a quelle convenzionali».

I grani delle Madonie

Questa scelta permette di valorizzare una delle principali ricchezze del territorio madonita e della Sicilia in generale: il grano. Con un’attenzione particolare alle cosiddette varietà “antiche”, che Cammarata acquista da diversi produttori del territorio e delle province limitrofe. 

 

Il grano, rigorosamente biologico, viene poi macinato e trasformato nella grande Macina delle Madonie. Un’attività che Cammarrata ha potuto concretizzare grazie a un finanziamento del Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020 che gli ha permesso di completare i lavori di ristrutturazione dell’edificio, installare i pannelli fotovoltaici e acquistare tutti i macchinari: dalla macina all’impastatrice, ai forni.

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Angelo Cammarata, 44 anni, è il titolare della Macina delle Madonie - Foto: Francesco Bellina

In questo modo, l’artigiano è in grado di chiudere la filiera che va dal chicco di grano alla produzione di pane (attualmente sui 150 chili al giorno), cui si aggiungono basi per pizza, biscotti, dolci e pasta che vengono commercializzati in alcune rivendite e supermercati tra Gangi, Campofelice e Cefalù. L’obiettivo ora è quello di estendere la rete di vendita fino a Palermo,  per aumentare il giro d’affari e di conseguenza anche il personale: oltre a Cammarata, nello stabilimento lavorano altre due persone. Sebbene la macina sia stata avviata a maggio 2022, infatti, l’attività ha subito uno stop dopo appena un anno di attività, per riprendere poi a gennaio 2024 con l’assunzione di un nuovo panettiere.

 

Angelo parla con passione del grano e del suo pane, dell’alchimia tra acqua, farina e lievito che ha appreso da autodidatta: «Ho dedicato tantissimo tempo a questo prodotto per farlo nascere e farlo conoscere». Fare il pane, però, non era il suo sogno da adolescente: «Dopo le scuole superiori – continua – sognavo di andare via, mi sono persino avventurato all’università, ma poi ho preferito mettermi al lavoro. Ho deciso di continuare l’attività di mio padre e la mia vita si è fermata qui». 

Dopo le scuole superiori sognavo di andare via, mi sono persino avventurato all’università, ma poi ho preferito mettermi al lavoro. Ho deciso di continuare l’attività di mio padre e la mia vita si è fermata qui.

Come molti abitanti delle Madonie, anche Angelo ama il posto in cui è nato e la bellezza di un territorio che può ammirare ogni giorno dalle finestre del suo laboratorio. Si dice soddisfatto della qualità della vita a Gangi, però, per i suoi due figli, sogna qualcosa di diverso: «Il progetto della Macina l’ho realizzato anche per loro, perché mi sarebbe piaciuto che continuassero l’attività di famiglia. Ma se penso al loro futuro posso solo dirgli di studiare e poi di andarsene. Con la speranza che in futuro le cose possano cambiare», riflette amaro.

 

Anche lui, come molte altre persone che abbiamo incontrato, sottolinea la fatica di vivere e lavorare in un territorio dove mancano o scarseggiano i servizi fondamentali, dove spostarsi da un Comune all’altro richiede lunghi viaggi in auto. E dove le opportunità di lavoro, soprattutto per quello più qualificato, scarseggiano.

 

Il calo demografico che interessa le Madonie è strettamente legato all’emigrazione dei più giovani, che lasciano il territorio per andare altrove alla ricerca di opportunità lavorative migliori o più adatte al proprio percorso di studi. Un fenomeno che aveva avuto inizio già negli anni Settanta, come evidenzia anche il documento Strategia d’area Madonie resilienti: laboratorio di futuro.

 

In quella fase storica, a trainare l’emigrazione interna era stata l’apertura dello stabilimento Fiat a Termini Imerese, che ha calamitato verso la costa «parte delle giovani generazioni provenienti da famiglie di contadini e di pastori, mentre un’altra parte di giovani emigrava verso il nord del Paese».

Ancora oggi, chi parte lo fa soprattutto per andare alla ricerca di un lavoro. Come emerge da un sondaggio realizzato nel 2018 da un gruppo di ricercatori provenienti dalle Madonie e in alcuni casi a loro volta emigranti. Sono stati 445 i “Madoniti emigranti”, che danno il titolo alla ricerca, a rispondere al sondaggio: il 60 per cento ha lasciato il territorio d’origine per motivi di lavoro mentre il 18 per cento lo ha fatto per motivi di studio. Tra gli emigranti intervistati, il 34 per cento aveva un diploma e il 50 per cento era laureato. Quasi la metà vivevano nelle Regioni del Nord Italia mentre circa un terzo degli emigranti madoniti si era trasferito in un’altra Regione del Mezzogiorno.

 

L’emigrazione legata alla carenza di opportunità lavorative, soprattutto per i giovani in possesso di titoli di studio più elevati, continua ancora oggi e il fenomeno non sembra essere di facile soluzione dal momento che le Madonie sono un territorio complesso in un contesto già difficile come quello siciliano.

 

Gli ultimi dati Istat relativi al 2023 confermano le difficoltà a trovare un impiego: sull’isola, infatti, il tasso di disoccupazione è del 16 per cento nella fascia d’età compresa tra i 16 e i 64 anni, mentre in provincia di Palermo, di cui le Madonie fanno parte, tocca il 17,5 per cento a fronte di una media nazionale del 7,8 per cento.

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L'interno dello stabilimento della Macina delle Madonie - Foto: Francesco Bellina
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L'interno dello stabilimento della Macina delle Madonie - Foto: Francesco Bellina

«I problemi maggiori per chi ha la mia età sono di tipo occupazionale», spiega Umberto Minneci. Ha 24 anni, lavora come infermiere, con contratto a tempo indeterminato nell’ospedale di Petralia Sottana, l’unico attivo sul territorio delle Madonie, ed è il presidente della Consulta giovanile cittadina, di cui abbiamo scritto nella prima puntata.

 

«Mi considero uno dei pochi fortunati: mi sono laureato in infermieristica nel 2021 e ho la possibilità di svolgere il lavoro per cui ho studiato nel posto in cui sono nato», racconta. «Però, la maggior parte dei miei compagni di liceo – continua – ha studiato o sta concludendo gli studi all’università, con la prospettiva di restare almeno a Palermo».

Un’operazione folle

Minneci lavora nel pubblico. Anche Cammarata, tutto sommato, è impiegato in un settore tradizionale. Ma c’è anche chi punta su settori decisamente meno convenzionali per generare occupazione. E lo fa scommettendo su una “risorsa” naturale che spesso passa inosservata: la volta celeste. 

 

Nelle notti limpide, infatti, nel cielo che sovrasta il piccolo comune madonita di Isnello, è ancora possibile osservare a occhio nudo la Via Lattea, le costellazioni e una miriade di stelle. «Qui l’inquinamento luminoso è praticamente assente. Inoltre ci troviamo a latitudini basse e questo ci consente di avere un numero maggiore di notti osservative in un anno rispetto a chi si trova più a Nord», racconta Giuseppe Mogavero, presidente della fondazione Gal Hassin e anima di un progetto visionario che ha portato alla nascita dell’omonimo osservatorio astronomico.

 

Il nome è risultato di un gioco di parole: Gal sta per galassia, mentre Hassin è l’antico nome che gli arabi diedero a Isnello e significa “torrente freddo”.

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Il parco del Gal Hassin - Foto: Francesco Bellina
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Il presidente della fondazione Gal Hassin, Giuseppe Mogavero - Foto: Francesco Bellina

Il Centro internazionale per le scienze astronomiche di Isnello Gal Hassin, questo il suo nome completo, è stato realizzato grazie a un finanziamento del Comitato interministeriale per la programmazione economica (7,5 milioni di euro) e a risorse della politica di coesione dell’Unione europea (567mila euro). Inaugurato nel settembre 2016, svolge attività di ricerca in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana, l’Agenzia spaziale europea, la Nasa e prestigiose università in tutto il mondo.

 

La struttura si trova al termine di una strada tutta curve e spunta quasi all’improvviso, poco prima dell’abitato di Isnello. A prima vista, può sembrare strano che una struttura dove si fa ricerca astronomica si trovi in un luogo così isolato e periferico.

 

«Il Gal Hassin è stata un’operazione di folli, è stata un’operazione di conoscenza e di cultura. Non erano in molti a credere che si potesse realizzare in Sicilia, nelle Madonie, un luogo di eccellenza per la ricerca spaziale. Era un’idea assurda, ma ci abbiamo creduto e oggi il Gal Hassin è un luogo che muove competenze e passione», sottolinea Mogavero.

Turismo stellare

A scrutare il cielo è il Galhassin Robotic Telescope (Grt) che dal 2019 fa parte della rete di osservatori coordinata dall’International astronomical union (Iau) con il compito di scandagliare il cielo alla scoperta di nuovi asteroidi, monitorare quelli già noti oltre a quelli pericolosi per il nostro Pianeta.

 

L’attività di osservazione e ricerca è destinata ad aumentare negli anni a venire. A fine 2022 in cima al vicino Monte Mufara, a quota 1.865 metri, è stato collocato il Wide-field Mufara Telescope, dotato di uno specchio di un metro di diametro: è più del doppio rispetto ai quaranta centimetri del Grt attualmente in attività e, quindi, permette di osservare più lontano.

 

Ma non è finita qui: il sito del Monte Mufara è infatti stato scelto nel 2018 dall’Agenzia spaziale europea (Esa) per l’installazione del primo dei quattro telescopi “Fly eye” che «avranno la capacità di monitorare l’intera volta stellata in una notte, cercando automaticamente oggetti vicini alla Terra, rocce spaziali potenzialmente pericolose che potrebbero colpire il nostro Pianeta», si legge sul sito dell’Esa.

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La cupola del planetario del Gal Hassin a Isnello - Foto: Francesco Bellina

L’attività del Gal Hassin si finanzia attraverso la partecipazione a bandi del ministero dell’Università e della ricerca, dell’Esa, dell’Agenzia spaziale italiana o tramite lavori su commissione da parte di soggetti privati. Questa attività oggi impiega sette persone di cui tre astrofisici: Alessandro Nastasi, Luciana Ziino e Sabrina Masiero. Quest’ultima è responsabile dell’attività di divulgazione del centro ed è arrivata sulle Madonie nel 2018, dopo aver lavorato per alcuni anni all’Osservatorio astronomico di Padova e all’Osservatorio del Roque de Los Muchachos, sulla solitaria isola di La Palma, alle Canarie.

 

«Un luogo molto isolato, dove ho trascorso lunghi periodi di solitudine. Lì ho imparato a gestirla e non mi spaventa. Gli abitanti di Isnello sono stati da subito molto accoglienti, ma non è stato facile trasferirsi qui», racconta. «La natura è bellissima, ma mancano i servizi di base e per ogni spostamento devo prendere l’auto. Io sono rimasta perché ho trovato uno scopo e perché la passione per il mio lavoro mi ha permesso di superare tanti ostacoli. Ma non è sempre facile», riflette.

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Sabrina Masiero, astrofisica, è responsabile dell’attività di divulgazione del centro - Foto: Francesco Bellina

Ora l’obiettivo del Gal Hassin è quello di crescere ulteriormente, assumendo nuovo personale: «Lo scorso giugno il telescopio sul Monte Mufara ha superato la fase di collaudo e durante l’estate abbiamo iniziato a svolgere le prime osservazioni. Per sfruttare al meglio le sue potenzialità avremmo bisogno di almeno 7-8 persone tra tecnici qualificati e astronomi: per questo ci servono ulteriori risorse», progetta Mogavero.

 

Ma la ricerca scientifica, che guarda alle grandi realtà internazionali, non è l’unica attività promossa dal Gal Hassin. Altrettanta energia viene infatti spesa in attività di divulgazione che si concentrano sul territorio, in particolare con l’attività didattica per le scuole. «C’è stato molto passaparola tra gli insegnanti: sanno che qui è possibile far svolgere ai ragazzi delle attività interessanti e formative», spiega Masiero mentre mostra le diverse sale del piccolo museo dedicato alle meteoriti. Assieme agli altri due colleghi astrofisici si occupa anche dell’organizzazione delle visite delle scolaresche, delle proiezioni nella volta celeste del planetario o delle attività didattiche nell’area all’aperto dedicata al parco astronomico.

 

Nonostante i periodi di stop causati dalla pandemia da Covid-19, dal 2016 a oggi il Gal Hassin ha accolto circa ottantamila visitatori, di cui 14mila solo nel 2023. L’attenzione del pubblico nei confronti di questo luogo è cresciuta ulteriormente dopo che la Starlight Foundation dell’Istituto di astrofisica delle Canarie ha riconosciuto l’area del Gal Hassin all’interno della rete internazionale di luoghi eccezionali per la qualità e l’osservazione del cielo notturno. 

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L'interno del museo del Gal Hassin - Foto: Francesco Bellina
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L'interno del museo del Gal Hassin - Foto: Francesco Bellina

La volta celeste sopra Isnello è entrata così a far parte del patrimonio naturale del territorio delle Madonie, alimentando una nuova forma di turismo, quello stellare. Da fine giugno a fine settembre, infatti, gli astrofisici del Gal Hassin organizzano dalle tre alle quattro osservazioni notturne a settimana.

 

Una volta calato il buio, bambini e famiglie vengono guidati nell’osservazione del cielo a occhio nudo per andare poi alla scoperta di stelle e costellazioni grazie a una decina di telescopi per uso didattico e divulgativo. Ma il momento clou della nottata arriva quando si apre la cupola del telescopio Grt e il pubblico può osservare dal vivo le immagini catturate nello spazio e seguire, passo passo, la “caccia” a un corpo celeste in una determinata fetta di cielo guidati da uno degli astronomi del centro.

 

«Ci sono turisti sia italiani sia stranieri, molte sono famiglie con bambini che avevano partecipato alle nostre attività con le scuole e chiedono di ritornare. Ma ci sono anche gruppi scout e persone che sono in vacanza in zona e vengono a vivere questa esperienza», spiega Masiero. «Le attività del Gal Hassin – conclude – stanno facendo da attrattore turistico e questo sta avendo un impatto positivo anche sull’economia del territorio dal momento che ne beneficiano anche i ristoranti o le strutture ricettive».

Diversificazione

A poche decine di metri dall’osservatorio, ad esempio, i titolari della società agricola “Sorelle Lo Re” hanno installato nei loro campi delle StarsBox: piccole “casette” dal tetto apribile da cui è possibile ammirare la volta celeste comodamente avvolti in un piumone. E con l’estate del 2024 anche la Foresteria Mongerrati sarà pronta ad accogliere i primi visitatori: «Si tratta di una struttura di proprietà del Comune che è stata completamente ristrutturata grazie a fondi di coesione Ue che è stata data in gestione a un privato», spiega il sindaco di Isnello, Macello Catanzaro.

 

La foresteria ha una cinquantina di posti letto, una sala ristorante molto grande dotata di cucina, un’area adibita al camping, una piscina e campi sportivi. Un luogo perfetto per accogliere sia le scolaresche o i gruppi che si recano in visita al Gal Hassin, sia i turisti che si dedicano al trekking lungo i sentieri del Parco delle Madonie.

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Il telescopio Grt del Gal Hassin - Foto: Francesco Bellina

Come stanno facendo molti altri Comuni dell’area interna, anche quello di Isnello sta puntando sulla promozione del turismo per generare sviluppo e occupazione. Con il progetto “Itinera” il Comune si è aggiudicato un finanziamento da 1,3 milioni di euro nell’ambito della Linea B del Bando Borghi promosso dal ministero della Cultura e finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza: risorse che permetteranno di riqualificare un palazzo del centro storico, destinato a diventare un centro polifunzionale. Sempre nell’ambito del Bando Borghi, il Comune ha ottenuto ulteriori 645mila euro per il sostegno delle piccole imprese che vogliono investire a Isnello. 

 

«Abbiamo ricevuto una decina di richieste da parte di una decina di realtà per avviare nuove attività: da chi vuole gestire un noleggio di biciclette alla promozione del turismo enogastronomico», racconta Catanzaro. A suo parere, ciascun comune delle Madonie ha le sue peculiarità. Il cielo stellato è quella di Isnello, ma ce ne sono tante e diverse. «Mettendo insieme tutti questi diversi tasselli, se tutto funziona in maniera sistemica, le Madonie possono diventare un polo importante per un turismo che non sia legato solo ai mesi estivi», riflette.

Le Madonie possono diventare un polo importante per un turismo che non sia legato solo ai mesi estivi.

Anche il collega Giuseppe Ferrarello, sindaco di Gangi, la pensa in modo simile.
Per lui, la parola chiave è «diversificazione». 

 

«All’inizio degli anni Duemila nessuno credeva che si potesse fare turismo in un Comune dell’entroterra e lontano dal mare. Io ero convinto del contrario, così a Gangi abbiamo iniziato un lavoro propedeutico per destagionalizzare il turismo, ad esempio valorizzando le nostre feste popolari e religiose. Abbiamo aderito all’associazione Borghi d’Italia e nel 2014 abbiamo ottenuto il riconoscimento “Borgo dei Borghi”. Dai 30 posti letto del 2007 siamo passati a circa 600 tra alberghi, bed and breakfast e agriturismi sparsi su tutto il territorio: si è messo in moto qualcosa che prima non c’era», racconta.

SouthWorking

Il turismo, quindi, è anche per le Madonie uno dei settori di punta per creare lavoro e, così, non perdere (o acquisire) abitanti. Ma c’è anche chi nella Madonie arriva (o ritorna) portandosela con sé, un’occupazione. E creando gli spazi adatti per lavorare da remoto.

 

Per scoprirlo, basta percorrere una quarantina di chilometri lungo la tortuosa strada provinciale che collega Isnello a Castelbuono e, qui, entrare nei bei locali di un coworking di recente apertura. «Tutto ha avuto inizio nel 2020, nel pieno della pandemia da Covid-19», racconta Fabrizio, che è uno dei promotori dell’iniziativa e che ha lasciato Milano per vivere a Castelbuono lavorando in smart working per una grande multinazionale.

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Giuseppe Ferrarello, sindaco di Gangi - Foto: Francesco Bellina

Un fenomeno che non ha riguardato solo le Madonie. In quei mesi in diverse località del Mezzogiorno giovani professionisti emigrati avevano fatto ritorno nei luoghi d’origine sfruttando la possibilità del lavoro in remoto. Un’esperienza da cui è nata la rete South Working – Lavorare dal Sud, a cui ha aderito anche lo spazio di Castelbuono.

 

«Come me, molti altri professionisti che si erano trasferiti in altre città italiane erano ritornati qui per stare più vicino alle proprie famiglie. Tutti avevamo l’esigenza di uno spazio adeguato per poter lavorare in tranquillità e soprattutto con una buona connessione: così abbiamo chiesto all’amministrazione di metterci a disposizione uno spazio, al resto avremmo pensato noi», ricorda. E così è stato. Il coworking pubblico di Castelbuono ha trovato casa in quattro ampie stanze affacciate sul bellissimo chiostro della chiesa di San Francesco: per usufruire di una delle 28 postazioni è sufficiente sottoscrivere una tessera annuale di 20 euro (30 euro per i sostenitori).

 

All’infrastruttura digitale, alla strutturazione del progetto e alle questioni legali hanno pensato i soci dell’associazione Social Green Hub, che gestisce lo spazio, mettendo a disposizione le proprie competenze.

Tutti avevamo l’esigenza di uno spazio adeguato per poter lavorare in tranquillità e soprattutto con una buona connessione: così abbiamo chiesto all’amministrazione di metterci a disposizione uno spazio, al resto avremmo pensato noi

Dall’apertura ufficiale nel febbraio 2021 a oggi, da questo spazio sono transitate più di cinquecento persone, alcune delle quali hanno scelto di rimanere in maniera più o meno stabile sul territorio o vi ritornano spesso: «Ci sono due giovani coppie canadesi che già lavoravano in Italia per delle multinazionali e si sono trasferiti a Castelbuono, uno ha persino comprato casa. Una ricercatrice friulana vive qui da maggio a settembre. E poi ci sono i giovani di Castelbuono che vivono nelle grandi città italiane o europee che approfittano dello smart working per prolungare i periodi di ferie e restare qui più a lungo», continua Fabrizio, sostenendo che «luoghi come questo permettono di conciliare molto bene la vita professionale a quella personale». 

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Il chiostro della Chiesa di San Francesco a Castelbuono su cui si affacciano i locali del coworking cittadino - Foto: Francesco Bellina

Un fattore cruciale per lavorare bene da remoto è la possibilità di usufruire di uno spazio adeguato, silenzioso e soprattutto di una connessione potente. Una condizione resa possibile anche grazie alla copertura di Castelbuono della rete internet veloce in fibra ottica, un intervento inserito all’interno del piano Banda ultra larga (Bul) di Regione Sicilia che ha interessato più di 300 comuni sull’isola e finanziato in larga parte da fondi europei.

 

In questi tre anni di attività il coworking ha dato un importante contributo, anche in termini economici, al territorio che i suoi promotori hanno stimato in circa 300mila euro. Soldi che i lavoratori in remoto hanno speso per l’affitto o l’acquisto di un’abitazione, nei ristoranti e nei locali dove trascorrono il tempo libero e per tutte le spese necessarie alla vita quotidiana in paese, a cui si aggiungono le somme di chi ha acquistato un’abitazione.

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L'interno del coworking di Castlbuono - Foto: Francesco Bellina

Per Fabrizio, l’esperienza di Castelbuono è positiva perché l’amministrazione comunale ha creduto nel progetto fin dall’inizio e ha messo a disposizione gratuitamente spazi. «Per cambiare le cose devi creare qualcosa di nuovo che renda obsoleto l’esistente», riflette.

 

Il suo ottimismo, però, è temperato dalla consapevolezza che per combattere lo spopolamento delle Madonie, iniziative come quella del coworking «non bastano a invertire la rotta». «Servono miglioramenti significativi nei servizi per fare in modo che le persone decidano di tornare a vivere qui». «Occorrono – conclude – una rete di trasporto pubblico efficiente e puntuale e un accesso più semplice alle strutture sanitarie». 

In copertina: Un pannello espositivo all’interno del museo del Gal Hassin – Foto: Francesco Bellina

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