Ep. 01

«Si è mosso tutto quanto, traballava tutto quanto e sembrava che tutto quanto si stesse disintegrando sotto di noi e sopra e intorno.»

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Il terremoto, dentro

Il terremoto di Amatrice ha avuto anche degli effetti a lungo termine. Li scopriamo in questo reportage.

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Le interviste condotte per redigere questo reportage sono durate numerose ore e contengono molti dettagli relativi alle persone citate. Non sempre è stato possibile verificarne inequivocabilmente la veridicità e per questo alcuni passaggi non sono stati inclusi. Le informazioni contenute di seguito sono state verificate attraverso documenti o fonti terze. Tuttavia, alcuni (pochissimi) passaggi di fondamentale importanza per la comprensione dei fatti sono stati inclusi nonostante l’impossibilità materiale di verificare la fonte perché legati a eventi o percezioni individuali. In tali casi abbiamo riportato le frasi esattamente come pronunciate, e sempre come citazione diretta degli intervistati.

Testi e interviste di Gabriele Cruciata, foto di Marta Clinco.

***

È buio già da un po’ quando lasciamo la macchina in un piccolo parcheggio antistante una zona commerciale fatta di magazzini e fast food americaneggianti a Roma Nord, pochi chilometri dallo Stadio Olimpico e dalla riserva di Monte Mario. In uno dei ristoranti che affacciano sul piazzale il buio sembra incastrarsi anche all’interno, illuminato solo da lampade basse che rilasciano luce fioca e soffusa.

In un tavolo nascosto chissà dove, una signora siede da sola pensierosa. Ci sta aspettando, sembra in ansia. Ha 47 anni, è nata e cresciuta ad Amatrice, da dove se n’è andata soltanto nel novembre del 2018. Il suo nome è Luciana Vattani e sa che l’ansia che sembra muoverle le interiora e mangiarla da dentro è dovuta all’intervista che sta per rilasciare.

Dovrà rivivere quello che ha passato dal 2016 ad oggi, nei tre anni che la separano dal terremoto che ha distrutto la sua casa, il suo paese e tutta la sua vita. Luciana ci ha aspettato per mangiare, le fa piacere se ordiniamo qualcosa insieme a lei. «Da dove vogliamo iniziare?» chiede con voce un po’ tremolante.

«Dall’inizio di tutto quanto», rispondiamo.

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25 aprile 2019, Roma – Luciana Vattani

Quando qualcosa si rompe

Nella notte fonda del 24 agosto del 2016 Luciana è sdraiata a letto accanto a suo marito Antonio nella loro casa di Amatrice, mentre la loro unica figlia sta dormendo a Teramo, poco meno di cento chilometri di distanza, a casa del suo ragazzo. «Ad un certo punto è successo il finimondo» racconta: «Si è mosso tutto quanto, traballava tutto quanto e sembrava che tutto quanto si stesse disintegrando sotto di noi e sopra e intorno, con delle cose che cadevano e facevano rumore. Io avevo tanta tanta tanta paura di morire, ma mio marito mi ha abbracciato forte e un po’ mi è passata. Ma fuori era tutto distrutto».

Quella notte le scosse di terremoto di magnitudo 6.0 si sentirono addirittura fino a Bologna e più su, Trento e Bolzano. Amatrice, un piccolo paese della provincia di Rieti noto in Italia per la ricetta dei bucatini all’amatriciana, era ridotto a un cumulo di macerie e polvere che domineranno i titoli di tutti i media nazionali ed internazionali per vari mesi a seguire.

Circa 300 persone – di cui molti romani che si godevano la seconda casa per l’estate – morirono come conseguenza del terremoto, ma la casa di Luciana rimase in piedi grazie ai lavori di ristrutturazione che pochi anni prima avevano reso l’abitazione antisismica. «Fu una delle pochissime a rimanere in piedi» ci dice con una punta di orgoglio. «Ma quel terremoto» continua «ha disintegrato anche qualcosa che tutti noi avevamo dentro. Nessuno si è salvato davvero, neanche quelli che sono sopravvissuti. Tipo mio marito Antonio: lui è sopravvissuto, ma non si è salvato».

Antonio era un uomo grande e robusto nato e cresciuto ad Amatrice, che nella sua vita aveva lavorato come manovale. Vedere il proprio paese ridotto a polvere e sassi aveva creato una frattura nel suo equilibrio mentale. Ed è per questo che nei giorni immediatamente successivi al sisma viene visitato dagli psicologi d’emergenza che erano arrivati in città. «Ci dissero che mio marito era un caso particolarmente acuto, e che loro non potevano seguirlo adeguatamente. Da quel momento in poi ci girarono tutti quanti le spalle».

Come al fronte

Ciò che viene diagnosticato ad Antonio è la cosiddetta sindrome da stress post traumatico, spesso nota con l’acronimo inglese PTSD. Lo stesso male che qualcuno alla fine degli anni Sessanta chiamò “Sindrome del Vietnam”, che frequentemente colpiva i soldati americani di ritorno dal fronte e – in generale – chi è esposto a traumi forti, spesso improvvisi e prolungati. La diffusione di PTSD tra le popolazioni colpite da calamità naturali è un fenomeno ampiamente noto nel mondo scientifico. Uno studio recente condotto da esperti cinesi ha stimato che più del 20% dei sopravvissuti ai terremoti è affetto dalla sindrome entro i primi nove mesi da un sisma.

La sindrome da stress post traumatico porta con sé incubi e disturbi del sonno, depressione, ansia e scombinamento dell’umore, generando spesso abuso di alcol e droghe, violenza domestica, propensione ad autolesionismo e pensieri o comportamenti suicidi.

L’interruzione del trattamento di Antonio presso il team di psicologi d’emergenza accorsi ad Amatrice è solo l’inizio di un lungo percorso costellato di burocrazia e rimpalli. La famiglia di Luciana – che nel frattempo si era trasferita all’interno di una roulotte acquistata qualche anno prima del terremoto – viene infatti trasferita nelle tende della Protezione Civile il 21 di gennaio del 2017, nel mezzo di un inverno rigido. «Nel frattempo chiesi a tutti una mano per mio marito. Chiesi al sindaco, chiesi alla protezione civile, chiesi ai militari e chiesi addirittura al prete, e nessuno mi aiutò».

Il 3 di novembre del 2016 Luciana torna a casa e trova suo marito che cammina su e giù in uno stato di agitazione estrema che lo fa tremare compulsivamente. «”Cosa c’è? Cosa c’è?” gli chiedevo ma non mi rispondeva, continuava a dirmi “niente, niente”, ma alla fine capii, perché lo conoscevo bene». Mentre lei era fuori casa, suo marito Antonio aveva provato a togliersi la vita, dopo un lungo periodo di depressione che lo aveva svuotato della passione e della voglia di vivere che lo aveva contraddistinto fino alla notte del sisma.

«Continuai a chiedere assistenza, ma niente. Alcuni mi dissero che ero fortunata, almeno un lavoretto da 3 o 400 euro al mese m’era rimasto».

E’ così che Antonio viene ricoverato in una clinica marchigiana dove rimarrà per circa un mese e mezzo. «E’ stata tanto dura, ma lui era forte, combatteva e si stava riprendendo». Il 20 dicembre Antonio viene dimesso perché – dicono i medici – Antonio è una persona sana e sicura sia per gli altri che per se stesso.

Passa Natale e passano altre settimane, Antonio sembra star bene: «Quel giorno, era febbraio, eravamo in macchina tornando a casa insieme. Lo avevo convinto di fare dei piccoli lavori a casa, era felice perché poteva ricominciare a sentirsi utile. Però appena tornati a casa ero stremata, avevo bisogno di rilassarmi e andai ad una pizzata con degli amici di Amatrice». La voce di Luciana trema, si spezza, poi ricomincia e si scusa con noi perché – dice – se potesse tornerebbe indietro nel tempo e alla pizzata non ci andrebbe.

Al suo ritorno a casa, troverà una porta socchiusa, una televisione accesa su una partita di calcio e, accanto alle scale, le scarpe di suo marito penzolanti a mezz’aria.

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25 aprile 2019, Castelsantangelo sul Nera (MC) – La zona rossa di Vallinfante, frazione di Castelsantangelo sul Nera.

I funerali della vergogna

Il suicidio di Antonio getta Luciana in una spirale depressiva fatta di autocolpevolizzazione e solitudine. «Ricordo che chiamai mia figlia per dirle quello che era successo e la sentii urlare dal dolore dall’altra parte del telefono. Per tanto tempo non mi ha parlato perché diceva che quello che era successo era colpa mia che l’avevo lasciato da solo» racconta mentre si interrompe spesso per riprendere fiato e asciugarsi le lacrime: «Ma io lo so che le cose brutte che mi ha detto non le pensava davvero».

Ad oggi Luciana è ancora seguita da uno specialista.

«Ai funerali di Antonio lo sapete che è successo?» ci chiede «E’ successo che quelli a cui mesi prima avevo chiesto aiuto si sono presentati in chiesa. Non tutti in realtà, mi sa che alcuni si vergognavano. Ma quelli che c’erano io non li potevo far proprio passare. Gli ho strillato “assassini! assassini!” e che se ne dovevano andare dalla chiesa. E quelli se ne sono andati per davvero».

Dopo aver perso il lavoro ad Amatrice, Luciana si è dovuta trasferire a Roma, dove con difficoltà riesce a fare lavori saltuari per pagare l’affitto e le spese, già ridotte al minimo: «Lo Stato mi ha lasciato sola prima, durante e pure dopo. Hanno saputo solo usare la mia terra come passerella elettorale».

Ma Luciana non è l’unica terremotata a dover affrontare anche il trauma di un suicidio. Nonostante sia difficile ottenere dati ufficiali ed affidabili, numerose fonti indipendenti, qualificate e non, ci confermano che nelle zone del Centro Italia colpite dal sisma del 2016 si siano verificati almeno altri 18 casi come quello di Antonio, che con tutta probabilità è stato il primo di questo macabro conteggio.

La maggior parte degli episodi si è verificata nel cratere marchigiano, dove – nonostante non ci siano state vittime dirette – si è registrato circa il 60% dei 23 miliardi di danni economici causati complessivamente dal terremoto. Secondo il Centro Studi Cna Marche si parla di almeno 1500 posti di lavoro persi e 500 aziende chiuse.

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25 aprile 2019, Castelsantangelo sul Nera (MC) – Stefania Servili

Burocrazia e macerie

Stefania Servili, 60 anni e occhi verde smeraldo, sa bene cosa questo significhi. Ci dice che i ricordi del terremoto le rimarranno impressi fino alla fine dei suoi giorni. La incontriamo nel comune di Castelsantangelo sul Nera, provincia di Macerata, dove insieme al marito Massimo dirigeva tre bed and breakfast di ampio successo, con clientela internazionale lungo tutti i dodici mesi dell’anno. Oggi, mentre intorno è tutto ancora macerie e polvere, è costretta a vivere come ospite della sorella: «Curioso, visto che ospitare era il mio lavoro» scherza amaramente.

«Dopo le scosse di agosto che avevano distrutto Amatrice, fummo fatti allontanare dalle nostre case» ci racconta. «La sera del 26 ottobre eravamo sul balcone di casa di mia cugina, con una vista aperta su tutta la valle antistante. Ad un certo punto sentiamo un botto, e poi un tremore fortissimo che non finiva mai, tanto che mi sono dovuta tenere alla balaustra per non cadere. E dalla valle si è alzata una enorme nuvola di polvere e calcinacci che ha oscurato il sole, è diventato tutto grigio. E noi sapevamo che quelle erano le nostre case».

Quella notte Stefania la descrive come una «vera e propria Apocalisse», con pioggia intensa, vento forte e temperature: «La passammo a provare a dormire in macchina, mentre intorno era pieno di sirene, ambulanze, vigili del fuoco, protezione civile che facevano su e giù con i lampeggianti accesi. Sembrava una scena di guerra». Ma anche nel suo caso ciò che ha fatto precipitare le cose è stata la burocrazia.

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25 aprile 2019, Castelsantangelo sul Nera (MC) – L’ingresso della zona rossa di Vallinfante, frazione di Castelsantangelo sul Nera.

“Pronti tra 400 anni”

Stefania e suo marito Massimo vengono subito spostati in un albergo lungo la costa abruzzese. Nel frattempo sono obbligati a rinunciare alle SAE, le famose casette per terremotati, per poter prendere finanziamenti per la delocalizzazione della propria azienda.

Ma i finanziamenti – che coprono soltanto l’80% della metratura precedente al terremoto – sono incredibilmente lenti, e a marzo la coppia si trova già senza casa ma ancora senza soldi per la delocalizzazione, ed è costretta a pagare di tasca propria un affitto. «Mi ricordo di mesi e mesi di file fatte in uffici sottodimensionati, il cui personale sapeva poco o niente di ciò che c’era da fare e di ciò che sarebbe successo nell’immediato futuro e che spesso mi rimpallava verso altri uffici» racconta Stefania, che spiega un meccanismo basato su rimborsi agli imprenditori solo dopo il versamento di un cospicuo anticipo, e di rimborsi che definisce «antieconomici». Sui 236mila euro necessari per ricostruire l’attività, 90mila non sono mai stati rimborsati. Soldi ottenuti solo parzialmente grazie a prestito della banca e solo dietro garanzie, come in un normale prestito.

Ad oggi Stefania non ha ancora potuto ricominciare a lavorare.

Ci parla di decreti e regolamenti inapplicabili perché scritti male, di burocrati scollati dalla realtà e incapaci di comprendere la vita ordinaria dopo un terremoto. «Davanti a un’autorità che si interfaccia in maniera così macchinosa e approssimativa» dice «senti che l’istituzione stia lavorando contro di te anziché aiutarti, ti cadono le braccia e ti senti impotente».

La notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2018 anche Massimo, il marito di Stefania, si è tolto la vita.

I due vivevano ormai da un anno e mezzo sulla costa abruzzese. Nella piccola comunità locale Massimo era noto per il suo lavoro di gestore del Centro Faunistico del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e la sua enorme conoscenza del mondo animale che quotidianamente provava a trasmettere organizzando eventi per coinvolgere i propri concittadini.

C’è bisogno di alcuni secondi o minuti di silenzio prima di ricominciare a parlare. «La ricostruzione da queste parti è un miraggio» conclude indicando quel che resta del centro storico di Vallinfante, frazione di Castelsantangelo sul Nera dove sorgeva uno dei suo B&B: «Qui hanno ricostruito due edifici su 300. A questo ritmo avremo bisogno di 400 anni per ultimare il tutto».

«Come ci si sente a riguardo?» le chiediamo.

Alza le spalle, incassandovi dentro la testa e aprendo leggermente le braccia. «Si vive in una rassegnazione consapevole».

Dove chiedere aiuto

Se sei in una situazione di emergenza, chiama il 118. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure via internet da questo link, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
Puoi anche chiamare i l’associazione di volontari Samaritans al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o al 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.

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