I grani antichi sono marketing, non stregoneria

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.

È molto girato in rete un articolo, anzi più precisamente un editoriale, dal titolo provocatorio e divisivo: Teneteveli i vostri grani antichi. Nel pezzo Antonio Pascale, attraverso una prosa sprezzante e sarcastica, dice la sua sulla diffusione dei cosiddetti “grani antichi” (un aggettivo che non significa nulla se riferito al grano) e attacca chi ha trasformato “i grani antichi” in un brand.

 

Allo stesso tempo, Pascale critica chi sostiene il ritorno all’agricoltura rurale, senza tuttavia distinguere chi ha fatto un lavoro decennale di reale recupero della biodiversità e delle varietà locali che stavano scomparendo e chi, invece, se ne è appropriato per fini puramente commerciali. Cavalcando il brand, appunto.

 

Alcuni passaggi del suo editoriale sono certamente condivisibili. Ha ragione Pascale a scrivere che nell’antico non è tutto “bello”, che le rese per ettaro di certe varietà di grano locali e tradizionali sono molto, troppo, basse. Ha ragione quando scrive “preferireste farvi operare da un dentista degli anni ’30 o da uno moderno?”. E ha ragione anche quando scrive “perché nella dimensione agricola non crediamo all’innovazione? Perché il passato garantisce qualità e gusto e il moderno è solo corruzione di valori e di gusto?”

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Nella sua prosa da storytelling, un po’ emotiva, c’è però un ribaltamento della storia. Coloro i quali oggi si stanno appropriando del brand “grani antichi” sono il più delle volte aziende, imprese e persone che per decenni hanno portato avanti un modello di agricoltura industriale votato a un alto uso di chimica di sintesi, modello non certo privo di responsabilità circa l’emergenza climatica in corso, la perdita di suoli e di varietà genetica e l’inquinamento delle falde acquifere. Sono aziende che stanno cavalcando una moda e facendo un’operazione di greenwashing, indossando l’abito del “grano antico” dopo aver indossato quello dell’ultra-moderno. Un po’ truffaldina perché, a voler essere precisi, molte delle varietà vendute come “grani antichi” sono in realtà varietà moderne, che derivano dal lavoro di ibridazione fatto da Nazareno Strampelli. A partire dal noto grano Senatore Cappelli, introdotto solo nel 1915.

 

Come mi ha raccontato Antonio Pellegrino, fondatore della cooperativa sociale Monte Frumentario, intervistato nella serie I grani del futuro qui su Slow News “negli ultimi anni si è parlato molto di questi grani antichi. Sono tornati di moda, però di antico in realtà c’è ben poco. […]” e il seme piantato quest’anno non darà la stessa pianta di quello piantato l’anno scorso o che pianteremo l’anno prossimo.

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I grani del futuro

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I grani del futuro
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Le mani in pasta

5 Episodi
Le mani in pasta

C’è una condizione epigenetica: “Le piante si adattano al contesto, al suolo, alle relazioni. E si evolvono. Noi abbiamo parlato fin da subito di semi e di grani del futuro perché queste caratteristiche fenologiche delle piante sono uniche. In campo e fuori dal campo: la farina che ne uscirà sarà unica nel suo genere perché nasce dall’incontro di una varietà di grano, da una disposizione genetica e da un adattamento culturale ma anche colturale” di un dato territorio. “E, quindi, la pasta che facciamo qui è una pasta unica”.

 

Le parole di Antonio Pellegrino ci pongono di fronte a una grande domanda: chi ha la capacità di capire e discernere che tipo di grano, farina o pasta mangiamo oggi? Chi è capace di riconoscere queste differenze? La biodiversità, le differenze varietali sono un valore fondamentale perché originano gastronomie e cibi diversi in territori appenninici, da Nord a Sud, da sempre caratterizzati da un patrimonio culturale e colturale diverso.

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Ma c’è un’altra riflessione che l’autore non fa. Pascale sostiene che migliaia di braccianti siano andati via dalle campagne perché morivano di fatica e fame a causa di varietà tradizionali che producevano poco. Vero, ma non solo. È importante ricordare che i braccianti vivevano in una condizione di semi feudalità (i cosiddetti residui feudali, come ricorda Emilio Sereni che non è un poeta ma uno storico dell’agricoltura) a causa di una classe agraria parassitaria e reazionaria che non fece alcun tipo di investimento e innovazione nell’agricoltura e nei latifondi, specialmente al sud. E che mantenevano i braccianti in una condizione di sottomissione e semi-schiavitù.

"Negli ultimi 60 anni ci siamo abituati a mangiare cibo standardizzato e quindi tutto il grano è diventato grano e tutta la farina è diventata farina. L'antico è una necessità del mercato ma nel grano, di antico, non c'è un bel niente."
Antonio Pellegrino

Oggi come ieri, perché la storia non è mai casuale, quelli che non vogliono fare alcun tipo di innovazione nell’agricoltura italiana non sono i poveri braccianti ma proprio la classe agraria che detiene potere, latifondi e ricchezze. E allora se proprio vogliamo fare un ragionamento critico e costruttivo all’agricoltura italiana, forse bisognerebbe partire da questo, da chi oggi detiene il potere, nell’agricoltura italiana.

 

In chiusura Pascale cita metaforicamente suo nonno “e se tornasse in vita e si trovasse a fare agricoltura rurale direbbe: oh no, stiamo ancora qui, ma che mi avete risvegliato a fare?”. Ho sorriso e ho pensato alla mia di nonna che mi ha sempre raccontato un’altra storia. “Si lavorava e pure tanto ma noi seguivamo il ciclo delle stagioni, seminavamo tutto secondo il periodo: grano, orzo, farro, ceci, fagioli, lenticchie, verdure di tutti i tipi. Lo facevamo con i nostri semi, senza pesticidi”. E allora, domando io, perché ve ne siete andati? “Perché la terra era in mano a pochi latifondisti che ci sfruttavano”.

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