“Per noi restare umani non è un semplice slogan. Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate”. Lo scrive il collettivo Autistici/Inventati (A/I). Il 26 agosto […]
Per superare un confine bisogna guardare oltre
Quello che ti vogliamo consigliare oggi come Cosa che resta, è un salto fuori da una visione del mondo fatta a dicotomie, a confini, a faglie, a linee rosse che emerge di continuo nei media e che oggi è alimentata dal dibattito cominciato dall’intervento intitolato Gaza di Alessandro Baricco.
Per superare quelle dicotomie e quei confini — il Novecento, le generazioni, i nazionalismi — serve un salto enorme, che può stordire e dare le vertigini, ma è che può anche inebriare e entusiasmare. Il salto è questo: i confini servono al nostro cervello per muoverci nel mondo, ma non sono il mondo. Sono un mezzo, non un fine. E quando diventano un fine succedono dei gran casini.
Esattamente come per gli oceani e i mari: essi non esistono veramente se non sulle nostre carte geografiche. Dov’è il confine tra un oceano e un altro? Cosa separa la sorgente del fiume Lambro dall’acqua dell’Oceano Indiano? È un continuo di acqua che cambia caratteristiche a ogni centimetro, ma che non è separato da nulla. In qualche modo è tutto un grande immenso oceano.
Per questo la cosa che resta di oggi è Baraka. È un lungometraggio uscito nel 1993, dura 1 ora e 37 minuti e non è né un film né un documentario (superando altri confini di formato che servono fino a un certo punto). Non ha una struttura narrativa classica, non ci sono personaggi, non ci sono parole, in qualche modo non ci sono regole.
Il critico statunitense Roger Ebert, inizia così la sua recensione a Baraka: «Da un lato, il film è un diario di viaggio di 96 minuti. Dall’altro, è una meditazione sul pianeta».
È così. Baraka è la rappresentazione filmica dell’oceano della immensità del reale. Baraka fa capire (senza spiegare) che non serve dibattere sul Novecento o sul XXI secolo, o sull’Ottocento, ma sull’essere umano e la sua natura, che oscilla a seconda dei momeni tra l’istinto di sopraffazione e quello della fratellanza. Lo puoi vedere su Mubi, ma lo trovi gratuitamente anche qui. È un’esperienza pazzesca.
Un’ultima cosa, forse la più importante: non è filosofia, non sono pipponi mentali. È politica, è lotta sociale, è battaglia per cambiare il mondo. Perché, per citare un altro film, questo invece narrativo, di fantascienza e di azione: All boundaries are conventions, waiting to be transcended. One may transcend any convention if only one can first conceive of doing so. Ovvero, «i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate. Possiamo superare qualsiasi convenzione, non appena siamo in grado di prendere coscienza di poterlo fare».
NdA: Questa Cosa che resta è nata insieme a un articolo che puoi leggere qui e che, essendo stato concepito insieme, si sovrappone per una parte.

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