
Come si viveva in Iran prima dell’avvento della Rivoluzione Islamica? Ce lo racconta un report di Amnesty del novembre del 1976.
Quando muoiono persone che non dovrebbero morire, si va a caccia delle responsabilità. Credo sia normale: è già difficile accettare la morte, qualcosa che pone fine a tutto. Figuriamoci quando avviene in circostanze come quelle di Cutro.
La ricerca delle responsabilità, quando muoiono persone migranti, a quanto pare è viziata dall’ideologia, ma anche dalla furbizia comunicativa.
In realtà la questione è molto semplice.
La responsabilità delle persone migranti che muoiono per raggiungere altri paesi è da ricercarsi nel mondo che abbiamo costruito. È della politica che respinge. È di chi fa leggi e decreti che reprimono la migrazione.
È di chi fa discorsi violenti e elitari.
È di chi vuole un mondo chiuso e respingente. Di chi alza muri.
La Presidente del Consiglio Meloni ha detto: «Mi chiedo se in questa nazione c’è qualcuno che in coscienza ritiene che il governo volutamente abbia fatto morire oltre 60 persone tra cui qualche bambino».
La domanda è chiaramente fallace perché finge di spostare la questione dalla politica migratoria in generale al caso particolare.
La risposta va articolata aggirando la domanda: sì, il governo vuole un mondo chiuso, sì, il governo vuole respingere, sì, il governo vuole impedire di partire, sì, il governo rappresenta una visione del mondo in cui ci sono vincitori e vinti, e tutto sommato i vinti se la sono cercata (potevano evitare di partire, in questo caso).
Sì, il governo ha sulla coscienza i morti.
E come ce li ha il governo, ce li hanno tutti coloro che, più o meno dalla Bossi-Fini in avanti, hanno perseguito un’idea del controllo delle migrazioni disumana.


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