Nel 1961 la migrazione delle persone dal sud Italia al nord è un fenomeno che viene analizzato anche giornalisticamente. Così, Brando Giordani e Ugo Zatterin, allora giornalisti del Telegiornale Rai, vanno a Torino a raccontare chi è arrivato dal sud per lavorare in fabbrica. Entrano nelle vecchie caserme trasformate in alloggi, chiedono ai torinesi cosa […]
Smettere di finanziare la guerra
Il primo quarto di questo XXI secolo, che si è appena chiuso con la fine del 2025, è stato segnato, a livello mondiale e in maniera incontrovertibile, da una costante: dall’Iraq all’Afganistan, dallo Yemen alla Libia, dal Pakistan alla Corea, dalla Siria all’Ucraina fino alla Palestina, senza dimenticare i conflitti interni nelle Afriche, questo nuovo millennio è fitto di guerre, quasi tutte ancora in corso.
In questa cornice bellicosa si inserisce anche la svolta bellicista di mezza Europa che sta disinvestendo da ogni aprte per spostare soldi su armamenti di ogni tipo. A muovere da sempre la macchina della guerra è l’economia e, paradossalmente, i primi investitori dell’economia di guerra rischiamo di essere proprio noi e i nostri conti correnti, aperti in banche che investono proprio su quel settore.
La relazione del 2025, che rispecchia gli investimenti in armi delle banche che operano in Italia è impressionante. La si può scaricare da qui e ogni anno raccoglie i «dati ufficiali diffusi dall’organo preposto, cioè dal governo, quindi dati non smentibili che riguardano specificamente l’ammontare delle attività degli istituti bancari nell’esportazione di sistemi militari italiani».
Ma la cosa che resta di oggi non è una lista e non è del 2025, è un articolo ed è del 1991 (anche se sembra scritto oggi). L’ha scritto Alexander Langer, si intitola Non più crediti (involontari) di guerra, ma dividendi di pace e lo potete leggere integralmente qui.

Cose che restano
- I bambini meridionali
- Restare umani
“Per noi restare umani non è un semplice slogan. Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate”. Lo scrive il collettivo Autistici/Inventati (A/I). Il 26 agosto […]
- Il lavoro non pagato
In italiano non c’è nemmeno un termine per definirlo, l’unpaid work. Seguendo una definizione dell’Istituto sindacale europeo, il lavoro non pagato comprende il tempo, i costi e l’impegno emotivo che i lavoratori e le lavoratrici investono senza ricevere un compenso adeguato: dalle attività amministrative a quelle di preparazione, dal tempo di spostamento all’auto-formazione, dal networking fino […]
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