La paura di essere ebrei

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.

La cosa che resta che abbiamo scelto oggi è un articolo di David Graeber del 2019 e non riguarda direttamente le orrende notizie che ci arrivano da quella che è ormai una guerra aperta, scatenata dai bombardamenti israeliani e americani sull’Iran e rimbalzata dalla repubblica islamica su tutti i paesi della regione mediorientale, attaccati da droni e da missili da quasi 10 giorni.

Nonostante non sia sulla guerra, l’articolo di Graeber, che si intitola For the first time in my life, I’m frightened to be Jewis, ci rimbalza in testa da giorni, anzi da mesi, perché anche se parte da una storia tutto sommato piccola e ormai passata (le accuse di antisemitismo rivolte al partito laburista guidato da Corbyn), in realtà parla di qualcosa che sta succedendo anche ora, proprio ora, intorno a noi.

Quell’articolo, che va letto con attenzione anche nelle parti in cui parla nello specifico di faide interne alla politica britannica, è un potente anticorpo — o quantomeno un avviso — contro la deriva che sta prendendo una certa parte del mondo liberale e sedicente moderato che confonde antisemitismo con antisionismo e che attacca come atti antisemiti le proteste contro gli atti genocidi compiuti dal governo isrealiano.

Graeber, da ebreo, nel 2019 aveva le idee molto chiare su come trattare le campagne che si autodefinivano contro l’antisemitismo portate avanti da non ebrei: «strumentalizzare le questioni ebraiche in modi che garantiscono rancore, panico e risentimento è di per sé una forma di antisemitismo. (Questo è vero indipendentemente dal fatto che gli artefici siano pienamente consapevoli di ciò che stanno facendo.) Crea terrore nella comunità ebraica. Ci priva dei nostri alleati più forti. Se si cercasse attivamente di creare malcontento nei confronti degli ebrei di sinistra, allora sicuramente le purghe, le denunce sensazionalistiche sui media, le esagerazioni selvagge e l’infinita distorsione delle parole (un abile propagandista, dopotutto, può dimostrare qualsiasi cosa – se volessi scegliere le citazioni, sono sicuro che potrei dimostrare che Margaret Thatcher era comunista o che il Papa è anticattolico), sarebbero il modo migliore per farlo».

Si legge da qui.

Foto | Matt Brown/Flick

Articolo
Articolo
20 giorni fa

Cose che restano

Cose che meritano di non essere perse nel rumore di fondo della rete, che parlano di oggi e che durano per sempre
  • Articolo
    Articolo
    10 giorni fa
    L’anonimato di Banksy è un atto politico

    La cosa che resta di oggi è una riflessione di Massimo Mantellini intitolata Scegli la tua arma contro Banksy, che riguarda l’anonimato come scelta politica e che, di riflesso, svela i tentativi di smascherarlo come atti di reazione che difendono il potere. Mantellini parte dalla critica di un articolo del Post per puntualizzare l’elemento fondamentale […]

  • Fumetto
    Fumetto
    12 giorni fa
    La guerra alle porte

    La cosa che resta di oggi è una inchiesta a fumetti scritta dal giornalista Antonio Mazzeo e disegnata dall’artista siciliano Lelio Bonaccorso, pubblicata nel numero 4 della Revue. È un viaggio alla scoperta di come viene usata una delle basi più strategiche del Mediterraneo, ovvero la base di Sigonella, in Sicilia. L’inchiesta è stata scritta […]

  • Articolo
    Articolo
    24 giorni fa
    Il discorso del Presidente

    La cosa che resta di oggi è un discorso che il presidente del Governo spagnolo Pedro Sánchez ha tenuto alla nazione il 4 marzo. Probabilmente ha già fatto il giro del mondo quattro volte, è diventato virale e si è persino memificato, ma, nonostante tutto, verrà dimenticato e sepolto dalla schiacciasassi mediatica che, soprattutto durante […]

Leggi tutte le cose che restano