Il tracollo della carbonara

Non so se capiti anche a te, ma ogni volta che apro un giornale, in questo periodo, ho la sensazione che si sia rotto qualcosa. Per esempio, adesso c’è in ballo la difesa della tradizione dei cibi italiani da parte di Coldiretti, perché, dicono, il Financial Times è contro la cucina italiana.

Da cosa nasce tutto? Da questo pezzo del Financial Times, appunto, che a sua volta deriva dal lavoro di Alberto Grandi, professore di “Storia dell’alimentazione” e preside del corso di laurea in “Economia e management” all’Università di Parma, e Daniele Soffiati, autore di libri dedicati al cinema e alla tv, vi aiuteranno a separare la verità dalle narrazioni pubblicitarie, ripercorrendo la vera storia della cucina italiana.

La carbonara e l'invenzione delle tradizioni

I due, fin dalla descrizione del podcast, usano parole forti, se pensiamo a quanto alcune persone italiane sembrino impazzire letteralmente quando si tratta di cibo tradizionale. Leggiamole insieme, senza impazzire.

«La carbonara è una ricetta americana, i tortellini bolognesi avevano il ripieno di pollo, il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele. E ancora, fino alla metà del secolo scorso la maggior parte degli italiani non conosceva la pizza e in Sicilia il consumo di riso era pari a zero, con buona pace della disputa tra arancini e arancine. Insomma: i nostri prodotti tipici sono buonissimi, ma la loro storia è una bugia, raccontata più o meno a partire dagli anni ‘70. La ricerca storica quasi sempre smentisce le origini arcaiche delle nostre specialità culinarie, facendoci scoprire che molte ricette cui attribuiamo radici antichissime…sono in realtà invenzioni recenti».

Eric Hobsbawm ha spiegato, in un saggio popolare, che molte «tradizioni che ci appaiano, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta».

C’è senz’altro una funzione sociale, nella difesa – e persino nell’invenzione – delle tradizioni. C’è un desiderio di mantenere la propria identità, di non vederla perdersi e dissolversi: un desiderio che spesso ci fa essere poco lucidi e ci fa pensare che «si è sempre fatto così», anche se quel «sempre» ha una vita che magari è di un paio di secoli al massimo.

E poi c’è una funzione di difesa economica, di un sistema, quello capitalistico, che mostra ogni giorno che passa tutti i suoi problemi e tutte le sue contraddizioni. È vero: difendere il cibo significa anche difendere chi lo mangia. Ma perché tutto dev’essere ridotto alla transazione economica? E perché bisogna arrivare alla terminologia bellica?

Attacco alla cucina italiana. Minacce alla carbonara. Aggressione al parmigiano. Delimitare i nostri confini (anche culinari) potrà anche sembrare una difesa contro l’assimilazione della cultura egemonica. Esaltare le differenze e aprirsi ai diversi punti di vista è straordinario ed è il bello dell’umanità.

Ma, a mio modo di vedere, farlo in maniera bellicosa, allo stesso tempo, esalta la parte più devastante di quella stessa cultura egemonica che si vorrebbe allontanare: l’uso di terminologie belliche per proteggere le differenze genera ostilità, odio, aggressione, guerra.

 


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