L’ultima lettera da questa Flottilla

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.

Durante la notte tra il 30 settembre 2025 e il 1° ottobre, le barche che fanno parte della missione umanitaria della Global Sumud Flottilla sono arrivate nella porzione di Mar Mediterraneo considerata “a rischio” per eventuali abbordaggi da parte della marina israeliana. La missione della Flottilla internazionale è arrivata nel momento più delicato, quello in cui o le barche verranno assaltate e le attiviste e gli attivisti arrestati, oppure — anche se nessuno se lo aspetta ed è effettivamente molto poco probabile — quello in cui avvisteranno terra e getteranno l’ancora di fronte alle spiagge di Khan Younis.

Dal punto di vista giornalistico, in un momento del genere si possono fare due cose. La prima è limitarsi a fare la cronaca, raccontare man mano che le cose accadono, minuto per minuto, come stanno facendo i principali giornali, accumulando informazioni che, per la maggior parte delle volte, tra due ore non saranno più interessanti o pertinenti e si perderanno nel rumore di fondo.

L’altra, quella su cui si basa la missione dello slow journalism e che fa parte da dieci anni del nostro DNA, è cercare di riconoscere che cosa, nel mezzo di quell’immenso flusso di contenuti, non è destinato a diventare rumore di fondo, e farlo durare, e dargli spazio.

Oggi, parlando della Flottilla, abbiamo scelto una lettera scritta da alle 10 del mattino da David Adler. È uno dei coordinatori della Internazionale Progressista nonché membro dell’equipaggio della Ohwayla, e ha pubblicato la lettera su X.

In qualsiasi caso, sia se le barche e i loro equipaggi verranno sequestrati, sia che arrivino a destinazione, riteniamo che questo sia un documento importante perché testimonia qualcosa che sui giornali si fa fatica a percepire: che questa storia non è una storia di oggi, che non si limita all’ora e adesso, ma che ha delle radici, e che continuerà.

La puoi leggere da qui. È in inglese, se non riesci a capirla, puoi cliccare sulla scritta Traduci post che trovi in fondo alla lettera.

Foto di Sarah Brown su Unsplash

Social
Social
un anno fa

Cose che restano

Cose che meritano di non essere perse nel rumore di fondo della rete, che parlano di oggi e che durano per sempre
  • Restare umani

    “Per noi restare umani non è un semplice slogan. Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate”. Lo scrive il collettivo Autistici/Inventati (A/I). Il 26 agosto […]

  • Il lavoro non pagato

    In italiano non c’è nemmeno un termine per definirlo, l’unpaid work. Seguendo una definizione dell’Istituto sindacale europeo, il lavoro non pagato comprende il tempo, i costi e l’impegno emotivo che i lavoratori e le lavoratrici investono senza ricevere un compenso adeguato: dalle attività amministrative a quelle di preparazione, dal tempo di spostamento all’auto-formazione, dal networking fino […]

  • Articolo
    Articolo
    6 mesi fa
    L’anonimato di Banksy è un atto politico

    La cosa che resta di oggi è una riflessione di Massimo Mantellini intitolata Scegli la tua arma contro Banksy, che riguarda l’anonimato come scelta politica e che, di riflesso, svela i tentativi di smascherarlo come atti di reazione che difendono il potere. Mantellini parte dalla critica di un articolo del Post per puntualizzare l’elemento fondamentale […]

Leggi tutte le cose che restano