Il bullismo e l’umiliazione come arma

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Uno dei punto dell’accordo firmato a Sharm el Sheik tra Hamas e il governo israeliano prevedeva la consegna dei corpi di 28 persone che nel frattempo erano morte mentre erano prigioniere di Hamas. Ad oggi, però, la consegna dei corpi, o di quello che ne resta, non è ancora stata completata.

La reazione del governo israeliano è stata aggressiva. Il ritardo è stato definito come «una violazione dei termini dell’accordo» e ha fatto riprendere gli attacchi da parte dell’esercito, che dall’entrata in vigore del cessate il fuoco ha già ucciso 44 persone palestinesi, secondo quanto riporta Al Jazeera.

La causa del ritardo sembra essere la difficoltà estrema di ritrovare i resti di quei prigionieri. E questa difficoltà è causata dalla devastazione provocata dai bombardamenti e dalla violenza perpetuata dall’esercito israeliano, che ha trasformato Gaza in un cumulo di macerie sotto le quali sono migliaia i dispersi civili palestinesi, oltre ai 28 israeliani.

La reazione israeliana, sostenuta anche da Trump, è molto simile al comportamento di un bullo e si innesta in una strategia lunga decenni che si basa sul tormentare, prevaricare e umiliare sistematicamente un’altra persona o, in questo caso, un’altra comunità di persone, che è la definizione di bullismo.

La cosa che resta di oggi è un articolo dell’antropologo Shahram Khosravi, professore a Stoccolma, pubblicato nel luglio del 2025 da Verso. Si intitola The peril of humiliation as politcs e racconta come l’umiliazione sia una pratica coloniale tipica della politica contemporanea, non solo israeliana.

Lo puoi leggere qui.

Foto di Emad El Byed su Unsplash

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