s. m. e f. [dal gr. ἀνταγωνιστής, “competitore, avversario”]
1. nel significato classico, l’a. è chi agisce in opposizione a qualcun altro, soprattutto in un conflitto narrativo, politico o simbolico. è la figura che si frappone, che ostacola, che rende visibile lo scontro. senza a., non c’è trama: c’è solo successione di eventi. 2. nel linguaggio mediatico contemporaneo, l’a. viene spesso ridotto a ruolo morale: il cattivo, il nemico, il problema da eliminare. questa semplificazione trasforma il conflitto in spettacolo e l’analisi in tifo. l’a. non è più una posizione, ma un’etichetta. 3. in politica e nel giornalismo, la costruzione dell’a. è una tecnica narrativa potente: serve a delimitare un “noi”, a compattare, a deviare l’attenzione dalle strutture ai soggetti. nominare un a. può essere più efficace che spiegare un sistema. 4. a., in senso culturale, è ciò che mette in crisi un racconto dominante. non necessariamente perché ha ragione, ma perché costringe a esplicitare le premesse. per questo l’a. è spesso scomodo: rallenta, complica, introduce attrito dove si vorrebbe scorrevolezza. 5. eliminare l’a. dal discorso pubblico non significa superare il conflitto, ma renderlo invisibile. e un conflitto invisibile è sempre più facile da gestire per chi detiene il potere.